Ripreso da Libertiamo.it (http://www.libertiamo.it/)
di Pierpaolo Renella
Il recente rapporto autunnale del Centro studi di Confindustria ha rilanciato il tema della libertà economica in Italia. “L’ossessione degli imprenditori per la crescita deve diventare l’ossessione di tutto il paese”, è stato lo slogan più gettonato in sede di presentazione del rapporto. E non c’é crescita senza riforme. E non c’é riforma vera che non incida sui ritardi competitivi del sistema, aggiungiamo noi.
“Le liberalizzazioni da sole aumenterebbero la produttività del 14,1%”, è uno dei messaggi più significativi dell’analisi compiuta in Viale dell’Astronomia. Senza entrare nel merito dei numeri e delle metodologie impiegate, forse varrebbe la pena di chiedersi: cosa frena i processi di liberalizzazione? Quale potrebbe essere il modello più adeguato e quali gli eventuali limiti intrinseci di un pur seria e convinta azione riformatrice sul piano della diffusione della concorrenza?
Il primo argomento è il più semplice ma ha il pregio di mettere in evidenza la potenzialità bipartizan di un tema politico come quello delle progressiva riduzione del peso dello Stato e dei vincoli-coercizioni-restrizioni nello svolgimento dell’attività economica.
Nessun soggetto politico responsabile può negare che, in un sistema in cui gli operatori economici sono liberi di competere, aumentino il PIL pro-capite e le attese di vita della popolazione; si riducano la corruzione, i pesi e costi della burocrazia e la spinta inflazionistica; e si favorisca il riequilibrio della finanza pubblica, tanto per citare solo alcuni dei principali aspetti quantitativi della libertà economica. Ma se i vantaggi sono evidenti e sostanziali, perché mai il percorso, da sempre, è tortuoso? La ragione risiede nella natura del rapporto costi-benefici. I vantaggi delle riforme ricadono su aree diffuse e indistinte di beneficiari (i consumatori, i contribuenti, le aziende), mentre i loro costi insistono su categorie ben delimitate, con rendite di posizione radicate e consolidate: gestori di servizi di pubblica utilità, burocrati, professionisti, tassisti, farmacisti, aziende monopoliste e via dicendo. Queste categorie, al solo sentir parlare di dinamiche competitive, non esitano a mobilitarsi in nome della difesa dei privilegi e spesso la loro azione di lobby paralizza la spinta riformatrice, con ricadute allarmanti sul sistema: molte aziende smettono di investire preferendo muoversi sul terreno della pressione (o della corruzione) politica.
Sul come procedere, l’evoluzione competitiva e della regolamentazione sono strettamente correlate alle caratteristiche dei settori interessati e ha poco senso arrovellarsi nella scelta tra un percorso “ripido e rapido” e un processo più soft, dove statalismo e dirigismo verrebbero “logorati” ai fianchi, senza assalti frontali. La liberalizzazione è Una, ed è efficace solo se integrale (e integrata, ad esempio, da una politica industriale al passo con i tempi).
Altro è chiedersi, in presenza di monopolio naturale, quale sia il percorso regolatore più adeguato a raggiungere risultati efficienti. O individuare gli strumenti idonei a rendere attrattivi per gli investitori privati i mercati potenzialmente concorrenziali (ad esempio, operando sulle infrastrutture o mettendo in azione la leva degli incentivi verso le tecnologie avanzate). Problemi non semplici la cui risoluzione presuppone l’esistenza di un disegno prospettico, di un master plan che vada oltre la quotidianità politica. In linea di principio, se è innegabile che le regole servano esse stesse ad evitare distorsioni della dinamica di mercato (è la ragion d’essere dell’Antitrust), va tenuto a mente che i regolatori non sono infallibili e possono talvolta burocratizzare eccessivamente e ostacolare seriamente l’attività economica.
Negli ultimi 15-20 anni, lo Stato italiano ha ceduto (secondo alcuni ha “svenduto”) quote di capitale di imprese pubbliche per circa 150 miliardi di euro, senza effetti significativi sulla riduzione del debito pubblico. In alcuni casi ha privatizzato senza liberalizzare i settori e i servizi nei quali le imprese operavano; al monopolio legale pubblico è semplicemente subentrato quello privato (vedi Autostrade), con pochi vantaggi sostanziali per i consumatori e impatto minimo sullo sviluppo economico. I risultati parziali e modesti in termini di promozione della libera concorrenza hanno indirettamente favorito il rilancio della tesi ideologica secondo cui la proprietà pubblica del capitale offrirebbe in generale maggior garanzie di efficienza, con tutto quel che ne consegue sul piano dell’agire (o del non agire) politico dei governi. I sostenitori di questa tesi dimenticano (o fingono di dimenticare) che spesso chi compra rientra nella sfera d’influenza di chi vende e, comunque, che lo stato e gli enti pubblici, anche con partecipazioni di minoranza continuano ad esercitare il controllo sulle aziende privatizzate.
E’ in atto in Italia la riproposizione del modello statalista? Qualcuno l’ha individuata, di recente, nel tentativo di ripubblicizzazione del Mediocredito Centrale. Di sicuro c’e’ una situazione di stallo che va sbloccata. Il problema è come. Se si decide di volare basso, basterebbe riaprire il dibattito sulla privatizzazione di Eni, Poste, Enel, Finmeccanica e Rai e di tante aziende municipalizzate. Un film già visto, che forse non vale il prezzo del biglietto. In caso si voglia provare a volare alto, bisognerà trovare gli strumenti più efficaci per perseguire un livello minimo di efficienza economica nei settori interessati, senza il quale è difficile ottenere gli effetti di ogni liberalizzazione che si rispetti: riduzione delle tariffe, maggior diffusione e miglioramento della qualità dei servizi e incremento degli investimenti dei privati. Si potrebbe partire proprio dal Mezzogiorno, dove oltre i tre quarti dei comuni ricorrono alla gestione in house dei servizi pubblici e dove, solo nel settore idrico, sono stimati investimenti per 60 miliardi di euro nei prossimi trent’anni.
lunedì 27 settembre 2010
domenica 18 luglio 2010
Fazio: il ministro più corporativo che c’è
Classe 1944 è medico laureatosi a Pisa nel 1968. Già professore ordinario di diagnostica per immagini e radioterapia presso la facoltà di Medicina e chirurgia Milano-Bicocca, è stato il primo in Europa ad aver istallato una PET (Positron Emission Tomography) all’Hammersmith Hospital di Londra.
Ingaggiato nell’ultimo Governo Berlusconi prima come sottosegretario al Lavoro, Salute e Politiche sociali, diventa Vice Ministro con delega alla salute nel maggio 2009 e quindi ministro quando il ministero è re-istituito nel dicembre 2009.
Criticato dalla Corte dei Conti per aver sottoscritto con la Novartis un contratto di fornitura di 24 milioni di dosi di vaccino a 184 milioni di euro, ritenuto troppo vantaggioso per l’azienda, non ha mai mancato di nascondere le proprie simpatie per lobby e corporazioni.
Lobby e corporazioni che all’atto della sua investitura lo avvicinano immediatamente: obiettivo porre la parola fine sulle odiate liberalizzazioni di Bersani.
Mentre in Parlamento va a rilento il disegno di legge Gasparri_Tomassini che in buona sostanza si ripromette di far chiudere le oltre 3000 parafarmacie aperte, Fazio diventa “strada alternativa”, ma privilegiata, per tentare di accorciare i tempi.
Il vecchio sistema dei tavoli di concertazione, ove tutti sono invitati e nessuno conta quanto rappresenta, è sempre buono per depotenziare i nemici. Ecco che allora Fazio convoca, con “l’ausilio” e il fraterno appoggio del Presidente della FOFI un “tavolo” sulle parafarmacie, dove, tra moniti (“Nessuno pensi di aprire da qui alla fine dell’anno tante nuove farmacie perché la legge sarà retroattiva”) e calorose “pacche sulle spalle” agli amici, viene montata la più colossale presa in giro degli ultimi anni: il riassorbimento delle parafarmacie nel servizio farmaceutico nazionale.
Cosa questo significhi tutti si guardano bene dal specificarlo, ma tant’è che chi perde il proprio tempo a guardare in cielo volar gli asini c’è sempre e qualcuno pensa ad una trasformazione delle parafarmacie in farmacie.
Non importa se tutto è inverosimile, il gioco delle parole dette e non dette, dei sussurri a mezza bocca è troppo allettante per non credere alla favola di “Corte”.
Nel frattempo il Ministro si mette al lavoro e con l’accorto appoggio dei “fantasisti” della farmaceutica s’inventa “la farmacia dei servizi”, “l’Eldorado” dei titolari di farmacia italiana, la “svolta” epocale per la sanità pubblica, la “chiave di volta” per la tutela della salute pubblica. L’idea è semplice, quanto vecchia, fare della farmacia italiana un centro di distribuzione di servizi (analisi prima istanza, prenotazione visite, consegna referti ecc.ecc.) per il S.S.N.
Un solo piccolo problema: con quali soldi?
Poco importa al Ministro se oggi più di un terzo della popolazione ha più di 65 anni e domani diventerà un quarto, poco importa d’ospedali fatiscenti, delle liste d’attesa, dei deficit cronici e dell’ingerenza sempre più pervasiva della politica.
No lui si occupa di farmacie e cravatte.
Confusione nei programmi e nelle idee, un esempio il 7 luglio è la giornata nazionale contro la contraffazione dei farmaci, in tutti i congressi si parla di regolamentare la vendita on-line e di fare attenzione al commercio. Ebbene, cosa fa il nostro ministro, di ritorno da Bruxelles ove aveva partecipato alla riunione su questo tema dei ministri della salute UE, se ne esce con un’inversione a 360° della posizione italiana, dicendosi possibilista per la vendita on-line dei farmaci d’automedicazione. Reazioni arrabbiate il giorno stesso e quello successivo, proprio mentre il Governo stava per approvare una manovra che toccava il margine delle farmacie (poi notevolmente ridimensionato) e il ministro si affretta a specificare che naturalmente solo le farmacie potranno praticare questo nuovo “business”.
Il colpo di genio però arriva nel luglio di quest’anno.
Il Ministro Alfano da vero “cavaliere” dei liberisti italiani ha intenzione di riformare gli ordini professionali, nel senso di aumentargli il potere corporativo naturalmente.
Bene il nostro Ministro non può stare a guardare: chiede agli Ordini dei medici, veterinari, farmacisti e odontoiatri di preparargli una legge delega da inserire nel progetto.
E questi lo fanno.
Risultato: gli ordini sono organi sussidiari dello Stato con autonomia patrimoniale, non più soggetti a controlli.
Niente di specifico sui sistemi elettorali per eleggere i vertici, niente sulle antidemocratiche procedure d’elezioni e sulla rappresentanza proporzionale ai voti presi.
Niente sulle regole che di fatto consentono a 4/5 ordini di eleggere i veritici.
Solo un richiamo alla rappresentanza delle minoranze organizzate. Il solito tavolo inutile per salvare la forma.
Un’ultima cosa: il ministro Tremonti sulle pensioni dopo i 40 anni ha candidamente ammesso che non si trattava affatto di refuso, ma di un vero e proprio progetto tentato dal Governo. Faccia lo stesso il ministro Fazio e dica chiaramente che non si trattava di fantasie quanto riportato nelle bozze del disegno di legge portato in consiglio dei ministri, ed ammetta che l’intenzione di bloccare le parafarmacie e le nuove aperture c’era, eccome se c’era.
Per non stare a guardare: http://www.mnlf.it/focus.php?id=20
Ingaggiato nell’ultimo Governo Berlusconi prima come sottosegretario al Lavoro, Salute e Politiche sociali, diventa Vice Ministro con delega alla salute nel maggio 2009 e quindi ministro quando il ministero è re-istituito nel dicembre 2009.
Criticato dalla Corte dei Conti per aver sottoscritto con la Novartis un contratto di fornitura di 24 milioni di dosi di vaccino a 184 milioni di euro, ritenuto troppo vantaggioso per l’azienda, non ha mai mancato di nascondere le proprie simpatie per lobby e corporazioni.
Lobby e corporazioni che all’atto della sua investitura lo avvicinano immediatamente: obiettivo porre la parola fine sulle odiate liberalizzazioni di Bersani.
Mentre in Parlamento va a rilento il disegno di legge Gasparri_Tomassini che in buona sostanza si ripromette di far chiudere le oltre 3000 parafarmacie aperte, Fazio diventa “strada alternativa”, ma privilegiata, per tentare di accorciare i tempi.
Il vecchio sistema dei tavoli di concertazione, ove tutti sono invitati e nessuno conta quanto rappresenta, è sempre buono per depotenziare i nemici. Ecco che allora Fazio convoca, con “l’ausilio” e il fraterno appoggio del Presidente della FOFI un “tavolo” sulle parafarmacie, dove, tra moniti (“Nessuno pensi di aprire da qui alla fine dell’anno tante nuove farmacie perché la legge sarà retroattiva”) e calorose “pacche sulle spalle” agli amici, viene montata la più colossale presa in giro degli ultimi anni: il riassorbimento delle parafarmacie nel servizio farmaceutico nazionale.
Cosa questo significhi tutti si guardano bene dal specificarlo, ma tant’è che chi perde il proprio tempo a guardare in cielo volar gli asini c’è sempre e qualcuno pensa ad una trasformazione delle parafarmacie in farmacie.
Non importa se tutto è inverosimile, il gioco delle parole dette e non dette, dei sussurri a mezza bocca è troppo allettante per non credere alla favola di “Corte”.
Nel frattempo il Ministro si mette al lavoro e con l’accorto appoggio dei “fantasisti” della farmaceutica s’inventa “la farmacia dei servizi”, “l’Eldorado” dei titolari di farmacia italiana, la “svolta” epocale per la sanità pubblica, la “chiave di volta” per la tutela della salute pubblica. L’idea è semplice, quanto vecchia, fare della farmacia italiana un centro di distribuzione di servizi (analisi prima istanza, prenotazione visite, consegna referti ecc.ecc.) per il S.S.N.
Un solo piccolo problema: con quali soldi?
Poco importa al Ministro se oggi più di un terzo della popolazione ha più di 65 anni e domani diventerà un quarto, poco importa d’ospedali fatiscenti, delle liste d’attesa, dei deficit cronici e dell’ingerenza sempre più pervasiva della politica.
No lui si occupa di farmacie e cravatte.
Confusione nei programmi e nelle idee, un esempio il 7 luglio è la giornata nazionale contro la contraffazione dei farmaci, in tutti i congressi si parla di regolamentare la vendita on-line e di fare attenzione al commercio. Ebbene, cosa fa il nostro ministro, di ritorno da Bruxelles ove aveva partecipato alla riunione su questo tema dei ministri della salute UE, se ne esce con un’inversione a 360° della posizione italiana, dicendosi possibilista per la vendita on-line dei farmaci d’automedicazione. Reazioni arrabbiate il giorno stesso e quello successivo, proprio mentre il Governo stava per approvare una manovra che toccava il margine delle farmacie (poi notevolmente ridimensionato) e il ministro si affretta a specificare che naturalmente solo le farmacie potranno praticare questo nuovo “business”.
Il colpo di genio però arriva nel luglio di quest’anno.
Il Ministro Alfano da vero “cavaliere” dei liberisti italiani ha intenzione di riformare gli ordini professionali, nel senso di aumentargli il potere corporativo naturalmente.
Bene il nostro Ministro non può stare a guardare: chiede agli Ordini dei medici, veterinari, farmacisti e odontoiatri di preparargli una legge delega da inserire nel progetto.
E questi lo fanno.
Risultato: gli ordini sono organi sussidiari dello Stato con autonomia patrimoniale, non più soggetti a controlli.
Niente di specifico sui sistemi elettorali per eleggere i vertici, niente sulle antidemocratiche procedure d’elezioni e sulla rappresentanza proporzionale ai voti presi.
Niente sulle regole che di fatto consentono a 4/5 ordini di eleggere i veritici.
Solo un richiamo alla rappresentanza delle minoranze organizzate. Il solito tavolo inutile per salvare la forma.
Un’ultima cosa: il ministro Tremonti sulle pensioni dopo i 40 anni ha candidamente ammesso che non si trattava affatto di refuso, ma di un vero e proprio progetto tentato dal Governo. Faccia lo stesso il ministro Fazio e dica chiaramente che non si trattava di fantasie quanto riportato nelle bozze del disegno di legge portato in consiglio dei ministri, ed ammetta che l’intenzione di bloccare le parafarmacie e le nuove aperture c’era, eccome se c’era.
Per non stare a guardare: http://www.mnlf.it/focus.php?id=20
sabato 19 giugno 2010
Dove è finito Robin Hood
Manifestazione del Pd contro la manovra. Palaeur, Roma
Bersani sul Ministro dell'economia Giulio Tremonti: "Voglio vederlo Robin Hood... che fine ha fatto?". Qualcuno dalla platea suggerisce: "Si è perso". Bersani chiosa: "Sì, si è perso nella foresta di Sherwood. Parla di liberalizzazioni, ma perché non discute della nostra proposta? Perché uno che vuole aprire una parafarmacia deve aspettare la riforma dell'articolo 41 della Costituzione? Vediamo cosa fa Robin Hood".
"Dice che bisogna fermare la globalizzazione... Provaci tu! Come vogliamo fare? Mettendo le ampolle di Bossi nel Pacifico? O con la formula Dio-patria-famiglia?".
Bersani sul Ministro dell'economia Giulio Tremonti: "Voglio vederlo Robin Hood... che fine ha fatto?". Qualcuno dalla platea suggerisce: "Si è perso". Bersani chiosa: "Sì, si è perso nella foresta di Sherwood. Parla di liberalizzazioni, ma perché non discute della nostra proposta? Perché uno che vuole aprire una parafarmacia deve aspettare la riforma dell'articolo 41 della Costituzione? Vediamo cosa fa Robin Hood".
"Dice che bisogna fermare la globalizzazione... Provaci tu! Come vogliamo fare? Mettendo le ampolle di Bossi nel Pacifico? O con la formula Dio-patria-famiglia?".
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lunedì 7 giugno 2010
Imprese e burocrazia. Liberi tutti, dalla realtà
da http://www.epistemes.org/
Il ministro dell’Economia ed il premier nei giorni scorsi hanno lanciato l’ipotesi di una profonda liberalizzazione dei regimi autorizzativi alla creazione e gestione d’impresa, da attuarsi addirittura (ed incomprensibilmente) con un intervento sulla prima parte della Costituzione, segnatamente l’articolo 41. Pare proprio che, di rodomontata in rodomontata, l’esito sia destinato a non variare. Vediamo il perché.
In primo luogo, l’idea è un vecchio cavallo di battaglia tremontiano, o almeno del primo Tremonti, quello del libro “Lo stato criminogeno” e del Libro Bianco sul Fisco del 1994; come noto, quel Tremonti è persona diversa da quella che durante l’attuale crisi finanziaria ammoniva che è tempo di dire basta al “liberismo sfrenato” (che in Italia non è mai esistito, ma fa lo stesso), e che lo stato “deve tornare a fare lo stato”. Oggi, di fronte ad una crisi drammatica malgrado le quotidiane professioni di ottimismo, e ad un paese che non intende crescere, ingabbiato com’è da una legislazione pervasiva ed occhiuta oltre che da una classe politica drammaticamente inadeguata ai tempi, si torna a ipotizzare il “liberi tutti”. Sfortunatamente, lo si fa guardando più agli effetti speciali che alla sostanza.
Il riferimento ad un articolo della prima parte della Costituzione è già un notevole passo falso. Cosa andrebbe emendato, nel caso? Siamo ragionevolmente certi che non andrebbe soppresso il secondo punto di quell’articolo, per il quale l’iniziativa economica privata “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana“. E quindi, che resta? Il terzo: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali“. Ancora più generico, indeterminato ed indeterminabile. Come è possibile modificare un principio costituzionale generale, e per ciò stesso astrattamente “alto e nobile”, oltre che fortemente interconnesso ad altri articoli della Carta, ai soli fini di una modifica della legislazione ordinaria sui regimi autorizzativi allo stabilimento e gestione della continuità d’impresa resta un mistero. E soprattutto, quale sarebbe il senso di una modifica costituzionale (che peraltro richiede molto tempo) per applicare un regime transitorio della durata di “due-tre anni“?
Forse il problema sta nel famigerato Titolo V della Costituzione, quello che ha tentato di definire le materie di competenza esclusiva e concorrente tra Stato da una parte e regioni dall’altra? Ma se le cose stanno in questi termini si dovrebbe agire là, cioè sulla seconda parte della Carta, non certo sulla prima. Il problema è la potestà legislativa concorrente tra stato e regioni, così come disciplinata dall’articolo 117 della Costituzione. Esiste, ad esempio, una legislazione concorrente riguardo, tra le altre cose, tutela e sicurezza del lavoro. Vogliamo deregolamentare questa? Non servirebbe a nulla, diciamolo subito, perché comunque lo stato non potrebbe accettare situazioni regionali “vietnamite”, ma se la risposta è affermativa basta agire sull’articolo 117.
Pare che il problema della resistenza alla liberalizzazione economica siano improvvisamente diventate le regioni, stataliste e frenatrici. Ma se le cose stanno davvero in questi termini e se occorrono leggi nazionali per sbloccare la forza della conservazione localistica, a che serve agognare il federalismo, non solo quello fiscale? Naturalmente queste obiezioni neppure scalfiscono le granitiche certezze della Lega, che ha votato ad inizio legislatura l’abrogazione della maggiore imposta federalista presente nel nostro ordinamento fiscale, e che si accinge a votare una manovra correttiva che riduce ulteriormente l’autonomia impositiva locale. Ricordate il famoso “piano casa” governativo, quello che doveva servire a ricavare “un locale in più per i figli”? E’ fallito, come ammette lo stesso Tremonti. Sempre colpa delle regioni? Ma non si era detto che, al crescere del numero dei governatori del centrodestra, ci sarebbe stato un effetto virtuoso di trasmissione dal centro alla periferia degli impulsi deregolatori? Pare di no, se qualcuno nel Pdl questo benedetto “locale in più per i figli” vuol farlo rientrare dalla finestra di un condono, l’ennesimo. L’Italia è una repubblica fondata sullo stato di necessità, si direbbe. Certamente fondata sull’improvvisazione e sull’assenza di visione sistemica, l’unica skill richiesta al legislatore, oggi.
Tornando e restando al nuovo spin tremontiano, come si concilia questa improvvisa conversione ideologica sulla via della libertà d’iniziativa economica con la produzione legislativa di una maggioranza che sta demolendo sistematicamente la libertà d’impresa nel settore di farmacie e parafarmacie e sta aumentando drammaticamente la “riserva” di attività a favore degli iscritti all’Ordine degli avvocati, e non solo? Non è dato sapere. Ancora, il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, quello a cui brillano gli occhi davanti a pire di leggi ormai da tempo disapplicate, si dice pronto a preparare una legge per “aprire un’impresa in un giorno”. Ottimo, anche se tardivo e già sentito da almeno un quindicennio. Però il problema non è l’apertura, ma il funzionamento. A che mi serve aprire un’impresa in un giorno se poi devo venire perseguitato con accertamenti successivi, giacché i medesimi verrebbero spostati a valle del fatidico startup? E a che mi serve aprire un’impresa in un giorno se non riesco a tutelare i miei crediti, con una giustizia civile in stato comatoso? Le metriche, in quest’ultimo caso, non accennano a migliorare in nessun distretto giudiziario: la tutela dei diritti di proprietà in questo paese resta affidata al caso.
Ancora: il premier denuncia “l’oppressione fiscale”. E noi con lui, almeno per quelli che non sono in grado giocare con l’Iva. Ma, parlando di oppressione fiscale, ha provato a leggersi quanto è previsto al riguardo nella manovra correttiva? L’impressione è che governo e maggioranza facciano due parti in commedia, stante l’assenza di un’opposizione senziente. La strada per le riforme non passa per una qualche improbabile “rivincita” ideologica sulla prima parte della Costituzione, ma sulla legislazione ordinaria e, in negativo, sull’assenza di grandi scelte dall’inizio della legislatura. Perché “c’è la crisi, ma quando finirà vedrete quanto faremo”. E questa crisi, che appare e scompare a seconda delle convenienze, ci lascia in eredità l’assoluto immobilismo di un esecutivo che continua a non realizzare che questo paese è in svantaggio strutturale sul resto dei paesi con i quali ci confrontiamo. Ma la narrativa resta sempre quella: è colpa dei sindacati, dell’opposizione, della Costituzione che non ci permette di lavorare. La mitologia dell’”agente ostruente esterno” pare suonare ancora convincente, alle orecchie della maggioranza dell’elettorato. Non a quelle dei mercati, però.
Il ministro dell’Economia ed il premier nei giorni scorsi hanno lanciato l’ipotesi di una profonda liberalizzazione dei regimi autorizzativi alla creazione e gestione d’impresa, da attuarsi addirittura (ed incomprensibilmente) con un intervento sulla prima parte della Costituzione, segnatamente l’articolo 41. Pare proprio che, di rodomontata in rodomontata, l’esito sia destinato a non variare. Vediamo il perché.
In primo luogo, l’idea è un vecchio cavallo di battaglia tremontiano, o almeno del primo Tremonti, quello del libro “Lo stato criminogeno” e del Libro Bianco sul Fisco del 1994; come noto, quel Tremonti è persona diversa da quella che durante l’attuale crisi finanziaria ammoniva che è tempo di dire basta al “liberismo sfrenato” (che in Italia non è mai esistito, ma fa lo stesso), e che lo stato “deve tornare a fare lo stato”. Oggi, di fronte ad una crisi drammatica malgrado le quotidiane professioni di ottimismo, e ad un paese che non intende crescere, ingabbiato com’è da una legislazione pervasiva ed occhiuta oltre che da una classe politica drammaticamente inadeguata ai tempi, si torna a ipotizzare il “liberi tutti”. Sfortunatamente, lo si fa guardando più agli effetti speciali che alla sostanza.
Il riferimento ad un articolo della prima parte della Costituzione è già un notevole passo falso. Cosa andrebbe emendato, nel caso? Siamo ragionevolmente certi che non andrebbe soppresso il secondo punto di quell’articolo, per il quale l’iniziativa economica privata “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana“. E quindi, che resta? Il terzo: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali“. Ancora più generico, indeterminato ed indeterminabile. Come è possibile modificare un principio costituzionale generale, e per ciò stesso astrattamente “alto e nobile”, oltre che fortemente interconnesso ad altri articoli della Carta, ai soli fini di una modifica della legislazione ordinaria sui regimi autorizzativi allo stabilimento e gestione della continuità d’impresa resta un mistero. E soprattutto, quale sarebbe il senso di una modifica costituzionale (che peraltro richiede molto tempo) per applicare un regime transitorio della durata di “due-tre anni“?
Forse il problema sta nel famigerato Titolo V della Costituzione, quello che ha tentato di definire le materie di competenza esclusiva e concorrente tra Stato da una parte e regioni dall’altra? Ma se le cose stanno in questi termini si dovrebbe agire là, cioè sulla seconda parte della Carta, non certo sulla prima. Il problema è la potestà legislativa concorrente tra stato e regioni, così come disciplinata dall’articolo 117 della Costituzione. Esiste, ad esempio, una legislazione concorrente riguardo, tra le altre cose, tutela e sicurezza del lavoro. Vogliamo deregolamentare questa? Non servirebbe a nulla, diciamolo subito, perché comunque lo stato non potrebbe accettare situazioni regionali “vietnamite”, ma se la risposta è affermativa basta agire sull’articolo 117.
Pare che il problema della resistenza alla liberalizzazione economica siano improvvisamente diventate le regioni, stataliste e frenatrici. Ma se le cose stanno davvero in questi termini e se occorrono leggi nazionali per sbloccare la forza della conservazione localistica, a che serve agognare il federalismo, non solo quello fiscale? Naturalmente queste obiezioni neppure scalfiscono le granitiche certezze della Lega, che ha votato ad inizio legislatura l’abrogazione della maggiore imposta federalista presente nel nostro ordinamento fiscale, e che si accinge a votare una manovra correttiva che riduce ulteriormente l’autonomia impositiva locale. Ricordate il famoso “piano casa” governativo, quello che doveva servire a ricavare “un locale in più per i figli”? E’ fallito, come ammette lo stesso Tremonti. Sempre colpa delle regioni? Ma non si era detto che, al crescere del numero dei governatori del centrodestra, ci sarebbe stato un effetto virtuoso di trasmissione dal centro alla periferia degli impulsi deregolatori? Pare di no, se qualcuno nel Pdl questo benedetto “locale in più per i figli” vuol farlo rientrare dalla finestra di un condono, l’ennesimo. L’Italia è una repubblica fondata sullo stato di necessità, si direbbe. Certamente fondata sull’improvvisazione e sull’assenza di visione sistemica, l’unica skill richiesta al legislatore, oggi.
Tornando e restando al nuovo spin tremontiano, come si concilia questa improvvisa conversione ideologica sulla via della libertà d’iniziativa economica con la produzione legislativa di una maggioranza che sta demolendo sistematicamente la libertà d’impresa nel settore di farmacie e parafarmacie e sta aumentando drammaticamente la “riserva” di attività a favore degli iscritti all’Ordine degli avvocati, e non solo? Non è dato sapere. Ancora, il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, quello a cui brillano gli occhi davanti a pire di leggi ormai da tempo disapplicate, si dice pronto a preparare una legge per “aprire un’impresa in un giorno”. Ottimo, anche se tardivo e già sentito da almeno un quindicennio. Però il problema non è l’apertura, ma il funzionamento. A che mi serve aprire un’impresa in un giorno se poi devo venire perseguitato con accertamenti successivi, giacché i medesimi verrebbero spostati a valle del fatidico startup? E a che mi serve aprire un’impresa in un giorno se non riesco a tutelare i miei crediti, con una giustizia civile in stato comatoso? Le metriche, in quest’ultimo caso, non accennano a migliorare in nessun distretto giudiziario: la tutela dei diritti di proprietà in questo paese resta affidata al caso.
Ancora: il premier denuncia “l’oppressione fiscale”. E noi con lui, almeno per quelli che non sono in grado giocare con l’Iva. Ma, parlando di oppressione fiscale, ha provato a leggersi quanto è previsto al riguardo nella manovra correttiva? L’impressione è che governo e maggioranza facciano due parti in commedia, stante l’assenza di un’opposizione senziente. La strada per le riforme non passa per una qualche improbabile “rivincita” ideologica sulla prima parte della Costituzione, ma sulla legislazione ordinaria e, in negativo, sull’assenza di grandi scelte dall’inizio della legislatura. Perché “c’è la crisi, ma quando finirà vedrete quanto faremo”. E questa crisi, che appare e scompare a seconda delle convenienze, ci lascia in eredità l’assoluto immobilismo di un esecutivo che continua a non realizzare che questo paese è in svantaggio strutturale sul resto dei paesi con i quali ci confrontiamo. Ma la narrativa resta sempre quella: è colpa dei sindacati, dell’opposizione, della Costituzione che non ci permette di lavorare. La mitologia dell’”agente ostruente esterno” pare suonare ancora convincente, alle orecchie della maggioranza dell’elettorato. Non a quelle dei mercati, però.
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martedì 25 maggio 2010
Quei tagli sull'agenda della competitività
di Giorgio Barba Navaretti
pubblicato sul Sole 24ore
L'equilibrio futuro dell'area dell'euro dipenderà in buona misura dal commercio estero. Solo la capacità diffusa di produrre ed esportare beni e servizi può determinare la coesione di lungo periodo dei paesi membri. Per questo motivo il patto di stabilità non può limitarsi a rimettere i conti in ordine, a estendere la Schuldenbremse tedesca, il vincolo costituzionale ai deficit pubblici, ma deve aprire a riforme strutturali che rafforzino la competitività complessiva dell'Unione e il rilancio della crescita della regione.
Parlare di mercato del lavoro, liberalizzazioni delle professioni, investimenti in capitale umano, riforma della burocrazia e supporto alle imprese mentre Atene brucia e l'euro scivola potrebbe apparire paradossale, ma così non è.
La radice del progetto dell'euro non è solo monetaria ma affonda nell'economia reale, è complementare al mercato unico: ridurre le barriere agli scambi nell'area. E la crisi dell'euro deriva da una diversa capacità competitiva dei paesi membri, non solo da una gestione malaccorta dei conti pubblici. Grecia e a seguire Portogallo e Spagna hanno deficit molto elevati dei conti con l'estero. L'aggiustamento di questi squilibri non si risolve solo rilanciando la domanda tedesca (cosa che comunque Berlino ha poca intenzione di fare), ma rafforzando la competitività dei paesi in deficit. Le misure fiscali varate fin qui lo fanno indirettamente attraverso la deflazione. Peccato che l'Europa abbia assolutamente bisogno di crescere. Le riforme strutturali per il rafforzamento della competitività sono dunque una via alternativa (o in alcuni casi complementare) alla mortificante compressione di prezzi e salari.
Ci sono almeno due buone ragioni per consolidare la dimensione europea di queste politiche. La prima è evitare di pestarsi i piedi. All'interno dell'area dell'euro, principale mercato di destinazione di tutti i paesi membri, se tutti non crescono più rapidamente, le esportazioni dell'uno vanno a scapito di quelle degli altri. La crescita delle esportazioni delle nazioni in deficit si tradurrebbe in un gioco a somma zero, spinto da politiche nazionali di tipo beggar-my-neighbour, ossia dannose per gli altri paesi.
La dimensione nazionale delle politiche diventa soprattutto rilevante nel momento in cui ci sono poche risorse, la crescita è scarsa e nonostante la necessità di exit strategy fiscali, i soldi del contribuente sono necessari per sostenere il sistema produttivo nazionale. La ricerca di nuova competitività post-crisi ha riportato alla ribalta l'intervento dello stato. L'esempio migliore di tentativo di rafforzare il sistema produttivo in chiave strettamente nazionale è la Francia, che ha varato una politica industriale d'indiscutibile grandeur, con obiettivi da dirigismo dei tempi perduti: un aumento del 25% della produzione industriale entro il 2015, una crescita di almeno due punti percentuali della quota nel valore aggiunto industriale europeo, il ritorno a una bilancia commerciale positiva, sempre nel 2015.
Certo, ogni nazione deve fare i conti con il saldo della propria bilancia dei pagamenti. Il dirigismo francese è la controparte da paese in deficit del virtuosismo fiscale da paese in surplus della Germania. Strategie opposte, entrambe non cooperative: appunto, beggar-my-neighbour, soprattutto se la domanda non riparte.
La seconda ragione per un coordinamento delle politiche strutturali è il mercato unico. Come ben messo in evidenza dal rapporto Monti, questo è un immenso patrimonio del progetto europeo, che ha ancora ampio spazio per aumentare.
Le imprese crescono in primo luogo sul mercato domestico e poi su quello dell'export. Il mercato unico è appunto un immenso mercato simil-domestico. Ma le barriere tra paesi, soprattutto nel settore dei servizi e nei sistemi di regole, dal mercato del lavoro a quello finanziario, ancora rallentano gli scambi. Il coordinamento delle riforme strutturali deve favorire l'abbattimento di queste barriere.
Politicamente è una strada ardua. Integrazione e mercato sono oggi parole impopolari in qualunque agenda elettorale. Ma perseguire solo il rigore fiscale e la deflazione è una ricetta sicura per allontanare definitivamente gli elettori dall'Europa.
Il commercio e l'aggiustamento degli squilibri dei conti con l'estero sarà un gioco a somma zero solo se l'economia non cresce. Rafforzare la competitività del Vecchio continente coordinando le politiche strutturali è l'unica via per riprendere ad allargare la torta per tutti.
pubblicato sul Sole 24ore
L'equilibrio futuro dell'area dell'euro dipenderà in buona misura dal commercio estero. Solo la capacità diffusa di produrre ed esportare beni e servizi può determinare la coesione di lungo periodo dei paesi membri. Per questo motivo il patto di stabilità non può limitarsi a rimettere i conti in ordine, a estendere la Schuldenbremse tedesca, il vincolo costituzionale ai deficit pubblici, ma deve aprire a riforme strutturali che rafforzino la competitività complessiva dell'Unione e il rilancio della crescita della regione.
Parlare di mercato del lavoro, liberalizzazioni delle professioni, investimenti in capitale umano, riforma della burocrazia e supporto alle imprese mentre Atene brucia e l'euro scivola potrebbe apparire paradossale, ma così non è.
La radice del progetto dell'euro non è solo monetaria ma affonda nell'economia reale, è complementare al mercato unico: ridurre le barriere agli scambi nell'area. E la crisi dell'euro deriva da una diversa capacità competitiva dei paesi membri, non solo da una gestione malaccorta dei conti pubblici. Grecia e a seguire Portogallo e Spagna hanno deficit molto elevati dei conti con l'estero. L'aggiustamento di questi squilibri non si risolve solo rilanciando la domanda tedesca (cosa che comunque Berlino ha poca intenzione di fare), ma rafforzando la competitività dei paesi in deficit. Le misure fiscali varate fin qui lo fanno indirettamente attraverso la deflazione. Peccato che l'Europa abbia assolutamente bisogno di crescere. Le riforme strutturali per il rafforzamento della competitività sono dunque una via alternativa (o in alcuni casi complementare) alla mortificante compressione di prezzi e salari.
Ci sono almeno due buone ragioni per consolidare la dimensione europea di queste politiche. La prima è evitare di pestarsi i piedi. All'interno dell'area dell'euro, principale mercato di destinazione di tutti i paesi membri, se tutti non crescono più rapidamente, le esportazioni dell'uno vanno a scapito di quelle degli altri. La crescita delle esportazioni delle nazioni in deficit si tradurrebbe in un gioco a somma zero, spinto da politiche nazionali di tipo beggar-my-neighbour, ossia dannose per gli altri paesi.
La dimensione nazionale delle politiche diventa soprattutto rilevante nel momento in cui ci sono poche risorse, la crescita è scarsa e nonostante la necessità di exit strategy fiscali, i soldi del contribuente sono necessari per sostenere il sistema produttivo nazionale. La ricerca di nuova competitività post-crisi ha riportato alla ribalta l'intervento dello stato. L'esempio migliore di tentativo di rafforzare il sistema produttivo in chiave strettamente nazionale è la Francia, che ha varato una politica industriale d'indiscutibile grandeur, con obiettivi da dirigismo dei tempi perduti: un aumento del 25% della produzione industriale entro il 2015, una crescita di almeno due punti percentuali della quota nel valore aggiunto industriale europeo, il ritorno a una bilancia commerciale positiva, sempre nel 2015.
Certo, ogni nazione deve fare i conti con il saldo della propria bilancia dei pagamenti. Il dirigismo francese è la controparte da paese in deficit del virtuosismo fiscale da paese in surplus della Germania. Strategie opposte, entrambe non cooperative: appunto, beggar-my-neighbour, soprattutto se la domanda non riparte.
La seconda ragione per un coordinamento delle politiche strutturali è il mercato unico. Come ben messo in evidenza dal rapporto Monti, questo è un immenso patrimonio del progetto europeo, che ha ancora ampio spazio per aumentare.
Le imprese crescono in primo luogo sul mercato domestico e poi su quello dell'export. Il mercato unico è appunto un immenso mercato simil-domestico. Ma le barriere tra paesi, soprattutto nel settore dei servizi e nei sistemi di regole, dal mercato del lavoro a quello finanziario, ancora rallentano gli scambi. Il coordinamento delle riforme strutturali deve favorire l'abbattimento di queste barriere.
Politicamente è una strada ardua. Integrazione e mercato sono oggi parole impopolari in qualunque agenda elettorale. Ma perseguire solo il rigore fiscale e la deflazione è una ricetta sicura per allontanare definitivamente gli elettori dall'Europa.
Il commercio e l'aggiustamento degli squilibri dei conti con l'estero sarà un gioco a somma zero solo se l'economia non cresce. Rafforzare la competitività del Vecchio continente coordinando le politiche strutturali è l'unica via per riprendere ad allargare la torta per tutti.
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lunedì 10 maggio 2010
Categoria spaccata, basta con i privilegi
Lo speciale del Sole 24ore Sanità dedicato a Cosmofarma 2010 pubblica un intervento del Presidente del MNLF
In Italia le “arti” o corporazioni nacquero agli inizi del XII secolo, in pieno medioevo. Divise in “arti maggiori” (mercanti, banchieri) e “arti minori” (artigiani e commercianti), si suddividevano ulteriormente in tre classi: Maestri, Apprendisti, Garzoni.
La corporazione promuoveva l'interesse dei propri membri proteggendoli dalla concorrenza di altre città e da quella dei professionisti non appartenenti alla corporazione, monopolizzando il commercio, stabilendo orari uniformi per tutte le botteghe che producevano gli stessi manufatti e paghe uguali per i lavoratori che svolgevano la stessa attività.
Malgrado questo ferreo controllo, le corporazioni nel rinascimento erano quasi scomparse, a farle ritornare ci pensò il fascismo che, eliminando di fatto i sindacati, modulò proprio dal medioevo la nuova struttura sociale del lavoro.
Nell’anno domini 2010, in piena crisi, c’è chi pensa di rilanciare l’economia ritornando al XII secolo.
E’ di questo che ha bisogno il Paese, è di questo che ha bisogno la nostra categoria?
Domanda che è bene porre con maggiore frequenza, che gli stessi vertici della categoria abbiano in mente quando operano scelte che riguardano tutti i farmacisti italiani.
Nei giorni scorsi il Movimento Nazionale Liberi Farmacisti ha guidato una manifestazione a Roma dal titolo: Farmacista alza la testa! L’intento era quello di far sentire la voce di chi ritiene di non essere affatto rappresentato in questo momento. La voce di chi avverte in maniera nitida che si sta lavorando contro e non per lui. La maschera bianca indossata sul volto è il simbolo di questa sensazione d’anonimato davanti alle Istituzioni, sentirsi come dei fantasmi.
Gli esempi sono palesi e molteplici.
Qualcuno ha sentito alzarsi alta e forte la voce contro i licenziamenti degli informatori medico scientifici con la stessa forza con cui si sono difese le farmacie? Noi no.
Qualcuno ha visto affrontare con la dovuta serietà il problema del C.C.N.L. dei dipendenti di farmacia e il relativo spostamento nel comparto sanità così come si è lavorato per ampliare i servizi in farmacia? Noi no.
Qualcuno si è forse accorto di come i farmacisti ospedalieri siano usati strumentalmente un giorno sì e l’altro pure quando serve fare bella figura, per poi accusarli in maniera plateale e, lasciatecelo dire, anche “rozza”, d’essere responsabili di un ipotetico spreco negli ospedali? Noi sì.
Che dire poi del caso delle parafarmacie e dell’aperta opposizione che la FOFI sta facendo alle liberalizzazioni del 2006. E’ forse la Federazione degli Ordini un sindacato? Che la Federfarma si opponga a modifiche contrarie ai propri interessi o cerchi di restaurare quanto perso è assolutamente legittimo. Che lo faccia la FOFI è ampiamente opinabile, se non contrario ai propri doveri istituzionali che sono sempre quelli di rappresentare tutti i farmacisti italiani. I numerosi “giochetti” di dividere chi si oppone a questo stato di cose e al conservatorismo dilagante falliscono miseramente, compresa la storiella della pseudo-sanatoria, alimentata nei corridoi del Senato proprio da chi ora si dichiara fermamente contrario.
E ci si copre di ridicolo pretendendo d’imporre il nome a questi esercizi, empori sono certe farmacie in cui c’è di tutto tranne che il farmaco, come quelli per il dolore acuto.
E’ necessario allora chiedersi a chi giova questo stato continuo di conflittualità, dove si approfondisce di giorno in giorno la spaccatura verticale dei farmacisti italiani. Una spaccatura tra chi gode di tutti i vantaggi e chi viene umiliato costantemente nelle proprie speranze e nei propri sogni.
Vincenzo Devito
Presidente MNLF
In Italia le “arti” o corporazioni nacquero agli inizi del XII secolo, in pieno medioevo. Divise in “arti maggiori” (mercanti, banchieri) e “arti minori” (artigiani e commercianti), si suddividevano ulteriormente in tre classi: Maestri, Apprendisti, Garzoni.
La corporazione promuoveva l'interesse dei propri membri proteggendoli dalla concorrenza di altre città e da quella dei professionisti non appartenenti alla corporazione, monopolizzando il commercio, stabilendo orari uniformi per tutte le botteghe che producevano gli stessi manufatti e paghe uguali per i lavoratori che svolgevano la stessa attività.
Malgrado questo ferreo controllo, le corporazioni nel rinascimento erano quasi scomparse, a farle ritornare ci pensò il fascismo che, eliminando di fatto i sindacati, modulò proprio dal medioevo la nuova struttura sociale del lavoro.
Nell’anno domini 2010, in piena crisi, c’è chi pensa di rilanciare l’economia ritornando al XII secolo.
E’ di questo che ha bisogno il Paese, è di questo che ha bisogno la nostra categoria?
Domanda che è bene porre con maggiore frequenza, che gli stessi vertici della categoria abbiano in mente quando operano scelte che riguardano tutti i farmacisti italiani.
Nei giorni scorsi il Movimento Nazionale Liberi Farmacisti ha guidato una manifestazione a Roma dal titolo: Farmacista alza la testa! L’intento era quello di far sentire la voce di chi ritiene di non essere affatto rappresentato in questo momento. La voce di chi avverte in maniera nitida che si sta lavorando contro e non per lui. La maschera bianca indossata sul volto è il simbolo di questa sensazione d’anonimato davanti alle Istituzioni, sentirsi come dei fantasmi.
Gli esempi sono palesi e molteplici.
Qualcuno ha sentito alzarsi alta e forte la voce contro i licenziamenti degli informatori medico scientifici con la stessa forza con cui si sono difese le farmacie? Noi no.
Qualcuno ha visto affrontare con la dovuta serietà il problema del C.C.N.L. dei dipendenti di farmacia e il relativo spostamento nel comparto sanità così come si è lavorato per ampliare i servizi in farmacia? Noi no.
Qualcuno si è forse accorto di come i farmacisti ospedalieri siano usati strumentalmente un giorno sì e l’altro pure quando serve fare bella figura, per poi accusarli in maniera plateale e, lasciatecelo dire, anche “rozza”, d’essere responsabili di un ipotetico spreco negli ospedali? Noi sì.
Che dire poi del caso delle parafarmacie e dell’aperta opposizione che la FOFI sta facendo alle liberalizzazioni del 2006. E’ forse la Federazione degli Ordini un sindacato? Che la Federfarma si opponga a modifiche contrarie ai propri interessi o cerchi di restaurare quanto perso è assolutamente legittimo. Che lo faccia la FOFI è ampiamente opinabile, se non contrario ai propri doveri istituzionali che sono sempre quelli di rappresentare tutti i farmacisti italiani. I numerosi “giochetti” di dividere chi si oppone a questo stato di cose e al conservatorismo dilagante falliscono miseramente, compresa la storiella della pseudo-sanatoria, alimentata nei corridoi del Senato proprio da chi ora si dichiara fermamente contrario.
E ci si copre di ridicolo pretendendo d’imporre il nome a questi esercizi, empori sono certe farmacie in cui c’è di tutto tranne che il farmaco, come quelli per il dolore acuto.
E’ necessario allora chiedersi a chi giova questo stato continuo di conflittualità, dove si approfondisce di giorno in giorno la spaccatura verticale dei farmacisti italiani. Una spaccatura tra chi gode di tutti i vantaggi e chi viene umiliato costantemente nelle proprie speranze e nei propri sogni.
Vincenzo Devito
Presidente MNLF
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mercoledì 28 aprile 2010
Oggi con gli avvocati, domani con i commercialisti, i famacisti, i....
RIFORMA FORENSE: FINOCCHIARO, SI TORNI IN COMM.- SCONTRO TRA DUE VISIONI
(ASCA) - Roma, 28 apr - ''Quello che chiediamo a quest'aula e' che si torni ad esaminare questo testo sulla riforma forense in commissione. Qui si stanno scontrando due visioni opposte dell'ordinamento forense e dunque chiediamo un esame approfondito da parte della commissione, anche per evitare che su un testo gravato da 730 emendamenti, con votazioni che come abbiamo visto poc'anzi possono essere anche del tutto casuali, alla fine esca un obbrobrio nel quale nessuno di noi potra' riconoscersi''. Lo ha detto Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato, prendendo la parola in aula sull'ordinamento forense.
''Non vogliamo nasconderci dietro un dito - ha spiegato Anna Finocchiaro -. Qui si stanno scontrando due visioni opposte dell'ordinamento forense, stante la necessita' di riformarlo visto che la regolazione risale a 70 anni fa. Da una parte c'e' l'idea che occorra conservare e presidiare l'esistente, intendendo la modernita' solo come spostamento di poteri di organizzazione pubblica nelle mani del Consiglio nazionale forense, cioe' del sistema o della casta o corporazione che dir si voglia. Dall'altra parte chi pensa che la regolazione delle professioni, la liberta' di libera concorrenza, la promozione delle nuove generazioni possano essere quegli elementi di modernizzazione che possono consentire anche sotto questo profilo al nostro Paese di competere''.
''Questo naturalmente matura un giudizio politico sulla maggioranza e sulla sua volonta' di conservazione - continua la presidente dei senatori Pd - altro che modernizzazione, in uno dei settori piu' importanti della vita del Paese. E ci consegna invece delle opposizioni che vogliono consegnare all'Italia un sistema professionale, oggi con gli avvocati domani con i commercialisti, i farmacisti, i notai, che sia non solo aderente con quello che avviene nel panorama europeo, ma anche tale da smontare il potere della successione ereditaria e delle corporazioni, per consegnare nelle mani delle giovani generazioni gli strumenti per la loro crescita e per la crescita del Paese''.
''Il punto e' questo - ha concluso Anna Finocchiaro - ed e' un punto di principio e politico sul quale siamo secondo noi chiamati anche a tornare in commissione''.
(ASCA) - Roma, 28 apr - ''Quello che chiediamo a quest'aula e' che si torni ad esaminare questo testo sulla riforma forense in commissione. Qui si stanno scontrando due visioni opposte dell'ordinamento forense e dunque chiediamo un esame approfondito da parte della commissione, anche per evitare che su un testo gravato da 730 emendamenti, con votazioni che come abbiamo visto poc'anzi possono essere anche del tutto casuali, alla fine esca un obbrobrio nel quale nessuno di noi potra' riconoscersi''. Lo ha detto Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato, prendendo la parola in aula sull'ordinamento forense.
''Non vogliamo nasconderci dietro un dito - ha spiegato Anna Finocchiaro -. Qui si stanno scontrando due visioni opposte dell'ordinamento forense, stante la necessita' di riformarlo visto che la regolazione risale a 70 anni fa. Da una parte c'e' l'idea che occorra conservare e presidiare l'esistente, intendendo la modernita' solo come spostamento di poteri di organizzazione pubblica nelle mani del Consiglio nazionale forense, cioe' del sistema o della casta o corporazione che dir si voglia. Dall'altra parte chi pensa che la regolazione delle professioni, la liberta' di libera concorrenza, la promozione delle nuove generazioni possano essere quegli elementi di modernizzazione che possono consentire anche sotto questo profilo al nostro Paese di competere''.
''Questo naturalmente matura un giudizio politico sulla maggioranza e sulla sua volonta' di conservazione - continua la presidente dei senatori Pd - altro che modernizzazione, in uno dei settori piu' importanti della vita del Paese. E ci consegna invece delle opposizioni che vogliono consegnare all'Italia un sistema professionale, oggi con gli avvocati domani con i commercialisti, i farmacisti, i notai, che sia non solo aderente con quello che avviene nel panorama europeo, ma anche tale da smontare il potere della successione ereditaria e delle corporazioni, per consegnare nelle mani delle giovani generazioni gli strumenti per la loro crescita e per la crescita del Paese''.
''Il punto e' questo - ha concluso Anna Finocchiaro - ed e' un punto di principio e politico sul quale siamo secondo noi chiamati anche a tornare in commissione''.
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