Classe 1944 è medico laureatosi a Pisa nel 1968. Già professore ordinario di diagnostica per immagini e radioterapia presso la facoltà di Medicina e chirurgia Milano-Bicocca, è stato il primo in Europa ad aver istallato una PET (Positron Emission Tomography) all’Hammersmith Hospital di Londra.
Ingaggiato nell’ultimo Governo Berlusconi prima come sottosegretario al Lavoro, Salute e Politiche sociali, diventa Vice Ministro con delega alla salute nel maggio 2009 e quindi ministro quando il ministero è re-istituito nel dicembre 2009.
Criticato dalla Corte dei Conti per aver sottoscritto con la Novartis un contratto di fornitura di 24 milioni di dosi di vaccino a 184 milioni di euro, ritenuto troppo vantaggioso per l’azienda, non ha mai mancato di nascondere le proprie simpatie per lobby e corporazioni.
Lobby e corporazioni che all’atto della sua investitura lo avvicinano immediatamente: obiettivo porre la parola fine sulle odiate liberalizzazioni di Bersani.
Mentre in Parlamento va a rilento il disegno di legge Gasparri_Tomassini che in buona sostanza si ripromette di far chiudere le oltre 3000 parafarmacie aperte, Fazio diventa “strada alternativa”, ma privilegiata, per tentare di accorciare i tempi.
Il vecchio sistema dei tavoli di concertazione, ove tutti sono invitati e nessuno conta quanto rappresenta, è sempre buono per depotenziare i nemici. Ecco che allora Fazio convoca, con “l’ausilio” e il fraterno appoggio del Presidente della FOFI un “tavolo” sulle parafarmacie, dove, tra moniti (“Nessuno pensi di aprire da qui alla fine dell’anno tante nuove farmacie perché la legge sarà retroattiva”) e calorose “pacche sulle spalle” agli amici, viene montata la più colossale presa in giro degli ultimi anni: il riassorbimento delle parafarmacie nel servizio farmaceutico nazionale.
Cosa questo significhi tutti si guardano bene dal specificarlo, ma tant’è che chi perde il proprio tempo a guardare in cielo volar gli asini c’è sempre e qualcuno pensa ad una trasformazione delle parafarmacie in farmacie.
Non importa se tutto è inverosimile, il gioco delle parole dette e non dette, dei sussurri a mezza bocca è troppo allettante per non credere alla favola di “Corte”.
Nel frattempo il Ministro si mette al lavoro e con l’accorto appoggio dei “fantasisti” della farmaceutica s’inventa “la farmacia dei servizi”, “l’Eldorado” dei titolari di farmacia italiana, la “svolta” epocale per la sanità pubblica, la “chiave di volta” per la tutela della salute pubblica. L’idea è semplice, quanto vecchia, fare della farmacia italiana un centro di distribuzione di servizi (analisi prima istanza, prenotazione visite, consegna referti ecc.ecc.) per il S.S.N.
Un solo piccolo problema: con quali soldi?
Poco importa al Ministro se oggi più di un terzo della popolazione ha più di 65 anni e domani diventerà un quarto, poco importa d’ospedali fatiscenti, delle liste d’attesa, dei deficit cronici e dell’ingerenza sempre più pervasiva della politica.
No lui si occupa di farmacie e cravatte.
Confusione nei programmi e nelle idee, un esempio il 7 luglio è la giornata nazionale contro la contraffazione dei farmaci, in tutti i congressi si parla di regolamentare la vendita on-line e di fare attenzione al commercio. Ebbene, cosa fa il nostro ministro, di ritorno da Bruxelles ove aveva partecipato alla riunione su questo tema dei ministri della salute UE, se ne esce con un’inversione a 360° della posizione italiana, dicendosi possibilista per la vendita on-line dei farmaci d’automedicazione. Reazioni arrabbiate il giorno stesso e quello successivo, proprio mentre il Governo stava per approvare una manovra che toccava il margine delle farmacie (poi notevolmente ridimensionato) e il ministro si affretta a specificare che naturalmente solo le farmacie potranno praticare questo nuovo “business”.
Il colpo di genio però arriva nel luglio di quest’anno.
Il Ministro Alfano da vero “cavaliere” dei liberisti italiani ha intenzione di riformare gli ordini professionali, nel senso di aumentargli il potere corporativo naturalmente.
Bene il nostro Ministro non può stare a guardare: chiede agli Ordini dei medici, veterinari, farmacisti e odontoiatri di preparargli una legge delega da inserire nel progetto.
E questi lo fanno.
Risultato: gli ordini sono organi sussidiari dello Stato con autonomia patrimoniale, non più soggetti a controlli.
Niente di specifico sui sistemi elettorali per eleggere i vertici, niente sulle antidemocratiche procedure d’elezioni e sulla rappresentanza proporzionale ai voti presi.
Niente sulle regole che di fatto consentono a 4/5 ordini di eleggere i veritici.
Solo un richiamo alla rappresentanza delle minoranze organizzate. Il solito tavolo inutile per salvare la forma.
Un’ultima cosa: il ministro Tremonti sulle pensioni dopo i 40 anni ha candidamente ammesso che non si trattava affatto di refuso, ma di un vero e proprio progetto tentato dal Governo. Faccia lo stesso il ministro Fazio e dica chiaramente che non si trattava di fantasie quanto riportato nelle bozze del disegno di legge portato in consiglio dei ministri, ed ammetta che l’intenzione di bloccare le parafarmacie e le nuove aperture c’era, eccome se c’era.
Per non stare a guardare: http://www.mnlf.it/focus.php?id=20
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domenica 18 luglio 2010
lunedì 10 maggio 2010
Categoria spaccata, basta con i privilegi
Lo speciale del Sole 24ore Sanità dedicato a Cosmofarma 2010 pubblica un intervento del Presidente del MNLF
In Italia le “arti” o corporazioni nacquero agli inizi del XII secolo, in pieno medioevo. Divise in “arti maggiori” (mercanti, banchieri) e “arti minori” (artigiani e commercianti), si suddividevano ulteriormente in tre classi: Maestri, Apprendisti, Garzoni.
La corporazione promuoveva l'interesse dei propri membri proteggendoli dalla concorrenza di altre città e da quella dei professionisti non appartenenti alla corporazione, monopolizzando il commercio, stabilendo orari uniformi per tutte le botteghe che producevano gli stessi manufatti e paghe uguali per i lavoratori che svolgevano la stessa attività.
Malgrado questo ferreo controllo, le corporazioni nel rinascimento erano quasi scomparse, a farle ritornare ci pensò il fascismo che, eliminando di fatto i sindacati, modulò proprio dal medioevo la nuova struttura sociale del lavoro.
Nell’anno domini 2010, in piena crisi, c’è chi pensa di rilanciare l’economia ritornando al XII secolo.
E’ di questo che ha bisogno il Paese, è di questo che ha bisogno la nostra categoria?
Domanda che è bene porre con maggiore frequenza, che gli stessi vertici della categoria abbiano in mente quando operano scelte che riguardano tutti i farmacisti italiani.
Nei giorni scorsi il Movimento Nazionale Liberi Farmacisti ha guidato una manifestazione a Roma dal titolo: Farmacista alza la testa! L’intento era quello di far sentire la voce di chi ritiene di non essere affatto rappresentato in questo momento. La voce di chi avverte in maniera nitida che si sta lavorando contro e non per lui. La maschera bianca indossata sul volto è il simbolo di questa sensazione d’anonimato davanti alle Istituzioni, sentirsi come dei fantasmi.
Gli esempi sono palesi e molteplici.
Qualcuno ha sentito alzarsi alta e forte la voce contro i licenziamenti degli informatori medico scientifici con la stessa forza con cui si sono difese le farmacie? Noi no.
Qualcuno ha visto affrontare con la dovuta serietà il problema del C.C.N.L. dei dipendenti di farmacia e il relativo spostamento nel comparto sanità così come si è lavorato per ampliare i servizi in farmacia? Noi no.
Qualcuno si è forse accorto di come i farmacisti ospedalieri siano usati strumentalmente un giorno sì e l’altro pure quando serve fare bella figura, per poi accusarli in maniera plateale e, lasciatecelo dire, anche “rozza”, d’essere responsabili di un ipotetico spreco negli ospedali? Noi sì.
Che dire poi del caso delle parafarmacie e dell’aperta opposizione che la FOFI sta facendo alle liberalizzazioni del 2006. E’ forse la Federazione degli Ordini un sindacato? Che la Federfarma si opponga a modifiche contrarie ai propri interessi o cerchi di restaurare quanto perso è assolutamente legittimo. Che lo faccia la FOFI è ampiamente opinabile, se non contrario ai propri doveri istituzionali che sono sempre quelli di rappresentare tutti i farmacisti italiani. I numerosi “giochetti” di dividere chi si oppone a questo stato di cose e al conservatorismo dilagante falliscono miseramente, compresa la storiella della pseudo-sanatoria, alimentata nei corridoi del Senato proprio da chi ora si dichiara fermamente contrario.
E ci si copre di ridicolo pretendendo d’imporre il nome a questi esercizi, empori sono certe farmacie in cui c’è di tutto tranne che il farmaco, come quelli per il dolore acuto.
E’ necessario allora chiedersi a chi giova questo stato continuo di conflittualità, dove si approfondisce di giorno in giorno la spaccatura verticale dei farmacisti italiani. Una spaccatura tra chi gode di tutti i vantaggi e chi viene umiliato costantemente nelle proprie speranze e nei propri sogni.
Vincenzo Devito
Presidente MNLF
In Italia le “arti” o corporazioni nacquero agli inizi del XII secolo, in pieno medioevo. Divise in “arti maggiori” (mercanti, banchieri) e “arti minori” (artigiani e commercianti), si suddividevano ulteriormente in tre classi: Maestri, Apprendisti, Garzoni.
La corporazione promuoveva l'interesse dei propri membri proteggendoli dalla concorrenza di altre città e da quella dei professionisti non appartenenti alla corporazione, monopolizzando il commercio, stabilendo orari uniformi per tutte le botteghe che producevano gli stessi manufatti e paghe uguali per i lavoratori che svolgevano la stessa attività.
Malgrado questo ferreo controllo, le corporazioni nel rinascimento erano quasi scomparse, a farle ritornare ci pensò il fascismo che, eliminando di fatto i sindacati, modulò proprio dal medioevo la nuova struttura sociale del lavoro.
Nell’anno domini 2010, in piena crisi, c’è chi pensa di rilanciare l’economia ritornando al XII secolo.
E’ di questo che ha bisogno il Paese, è di questo che ha bisogno la nostra categoria?
Domanda che è bene porre con maggiore frequenza, che gli stessi vertici della categoria abbiano in mente quando operano scelte che riguardano tutti i farmacisti italiani.
Nei giorni scorsi il Movimento Nazionale Liberi Farmacisti ha guidato una manifestazione a Roma dal titolo: Farmacista alza la testa! L’intento era quello di far sentire la voce di chi ritiene di non essere affatto rappresentato in questo momento. La voce di chi avverte in maniera nitida che si sta lavorando contro e non per lui. La maschera bianca indossata sul volto è il simbolo di questa sensazione d’anonimato davanti alle Istituzioni, sentirsi come dei fantasmi.
Gli esempi sono palesi e molteplici.
Qualcuno ha sentito alzarsi alta e forte la voce contro i licenziamenti degli informatori medico scientifici con la stessa forza con cui si sono difese le farmacie? Noi no.
Qualcuno ha visto affrontare con la dovuta serietà il problema del C.C.N.L. dei dipendenti di farmacia e il relativo spostamento nel comparto sanità così come si è lavorato per ampliare i servizi in farmacia? Noi no.
Qualcuno si è forse accorto di come i farmacisti ospedalieri siano usati strumentalmente un giorno sì e l’altro pure quando serve fare bella figura, per poi accusarli in maniera plateale e, lasciatecelo dire, anche “rozza”, d’essere responsabili di un ipotetico spreco negli ospedali? Noi sì.
Che dire poi del caso delle parafarmacie e dell’aperta opposizione che la FOFI sta facendo alle liberalizzazioni del 2006. E’ forse la Federazione degli Ordini un sindacato? Che la Federfarma si opponga a modifiche contrarie ai propri interessi o cerchi di restaurare quanto perso è assolutamente legittimo. Che lo faccia la FOFI è ampiamente opinabile, se non contrario ai propri doveri istituzionali che sono sempre quelli di rappresentare tutti i farmacisti italiani. I numerosi “giochetti” di dividere chi si oppone a questo stato di cose e al conservatorismo dilagante falliscono miseramente, compresa la storiella della pseudo-sanatoria, alimentata nei corridoi del Senato proprio da chi ora si dichiara fermamente contrario.
E ci si copre di ridicolo pretendendo d’imporre il nome a questi esercizi, empori sono certe farmacie in cui c’è di tutto tranne che il farmaco, come quelli per il dolore acuto.
E’ necessario allora chiedersi a chi giova questo stato continuo di conflittualità, dove si approfondisce di giorno in giorno la spaccatura verticale dei farmacisti italiani. Una spaccatura tra chi gode di tutti i vantaggi e chi viene umiliato costantemente nelle proprie speranze e nei propri sogni.
Vincenzo Devito
Presidente MNLF
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domenica 17 gennaio 2010
Catricalà:difficile resistere alla forza delle corporazioni
"Fanno bene i consumatori a progettare di rivolgersi all’Arbitro di Bankitalia sulla commissione di massimo scoperto prima di agire con la class action”.
Così il presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato Antonio Catricalà commenta l'iniziativa annunciata dalle associazioni di consumatori Adiconsum, Adoc e Lega Consumatori. In una lunga intervista rilasciata a SKY TG24 Economia, Catricalà spiega: "Sulla commissione di massimo scoperto abbiamo avuto modo di lamentarci perché anche se dalla nostra istruttoria è emerso che le banche non hanno fatto illeciti antitrust, quello che la legge si proponeva, cioè sostanzialmente un calo dei costi per i risparmiatori, non è avvenuto".
In generale sulla class action il presidente dell'Antitrust ha detto che è "già un miracolo che l'abbiamo avuta" perché il clima generale non sembrava favorevole, anche se "con una limitazione nell'efficacia, che non è retroattiva e una sul risarcimento dei danni; però - ha sottolineato il presidente dell’Antitrust - ci siamo noi che possiamo punire con le sanzioni". Nella lunga intervista rilasciata a Sarah Varetto, Catricalà ha sottolineato le difficoltà dell’Antitrust nel "riuscire a sostenere la forza delle corporazioni" che si oppongono all'apertura del mercato. Le liberalizzazioni "non hanno subito l'accelerazione che noi avevamo auspicato – ha proseguito Catricalà.
Guarda l'intervista a SKYTG24
Così il presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato Antonio Catricalà commenta l'iniziativa annunciata dalle associazioni di consumatori Adiconsum, Adoc e Lega Consumatori. In una lunga intervista rilasciata a SKY TG24 Economia, Catricalà spiega: "Sulla commissione di massimo scoperto abbiamo avuto modo di lamentarci perché anche se dalla nostra istruttoria è emerso che le banche non hanno fatto illeciti antitrust, quello che la legge si proponeva, cioè sostanzialmente un calo dei costi per i risparmiatori, non è avvenuto".
In generale sulla class action il presidente dell'Antitrust ha detto che è "già un miracolo che l'abbiamo avuta" perché il clima generale non sembrava favorevole, anche se "con una limitazione nell'efficacia, che non è retroattiva e una sul risarcimento dei danni; però - ha sottolineato il presidente dell’Antitrust - ci siamo noi che possiamo punire con le sanzioni". Nella lunga intervista rilasciata a Sarah Varetto, Catricalà ha sottolineato le difficoltà dell’Antitrust nel "riuscire a sostenere la forza delle corporazioni" che si oppongono all'apertura del mercato. Le liberalizzazioni "non hanno subito l'accelerazione che noi avevamo auspicato – ha proseguito Catricalà.
Guarda l'intervista a SKYTG24
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domenica 20 dicembre 2009
Speranza e rassegnazione
Di Fabio Romiti
La rassegnazione, dice Romano Prodi (Il Messaggero, 29/11/2009), è un sentimento che non porta a nulla perché impedisce di scorgere la realtà e le forze positive che pur esistono anche nella nostra società.
Ha ragione da vendere il professore, ma i segnali che circondano la nostra quotidianità dicono esattamente il contrario e giustificano, almeno in parte, questo “sentire” comune.
Qualche ragione ci sarà se l’Italia è al 49° posto per competitività, se il 44% dei padri architetti ha un figlio laureato in architettura e lo stesso accade per avvocati e farmacisti.
L’avrà qualche problema un Paese che prova a mettere nero su bianco con i sindacati la pratica dei “passaggi generazionali interni”, dove il padre lascia il posto al proprio figlio come accade alla Banca di Credito Cooperativo di Roma, alla Popolare di Milano, all’Enel, alle Poste e in centinaia di altre attività produttive (Il Mondo, 11/12/2009).
Qualche “dubbio” sorgerà spontaneo in una società ove la raccomandazione è considerata prassi consolidata e dirigenti pubblici, presidenti delle municipalizzate, rettori universitari, dirigenti sanitari e persino i primari degli ospedali sono scelti per appartenenza politica.
Avrà pur qualche ragione, almeno nell’intento provocatorio, il direttore generale della Luiss, Pier Luigi Celli, quando suggerisce al proprio figlio di andarsene dall’Italia a fronte di una “emorragia” continua di cervelli.
Siamo d’accordo, la rassegnazione non porta a nulla, ma come spiegarlo al precario, al ricercatore licenziato, all’operaio in cassa integrazione.
Quando intere generazioni di farmacisti, avvocati, architetti, ingegneri sentono “l’inutilità” dei propri studi, dei propri sacrifici e di quelli della propria famiglia perché il peso degli interessi corporativi li ha confinati ai margini della professione, allora è facile che la rassegnazione si faccia largo, che la speranza che qualcosa cambi venga meno.
Qualcuno, il Censis, dice che siamo una società di “replicanti”, senza illusioni, continuamente ripiegati su noi stessi, in “apnea”.
Il più grosso errore che si può fare è quello di sottovalutare questo sentimento comune, esso è assai più radicato di quanto si creda ed è forse la ragione profonda del perché buona parte dei cittadini italiani ha una visione pessimistica del proprio futuro.
Non c’è speranza in queste persone, o almeno non ve n’é la percezione.
Manca un disegno in grado di ridare fiducia, manca un progetto complessivo di società aperta alle capacità, una società che ponga tutti i cittadini nelle condizioni di cogliere qualsiasi opportunità i propri meriti e le proprie conoscenze consentano loro.
La maggioranza degli italiani è stanca di tutto ciò, è stanca del peso di lobby e corporazioni, è stanca del peso che gli interessi particolari hanno su quelli generali ed aspetta da tempo qualcuno che gli dica: questo è il nostro progetto di riforma della società, questo è il modo con cui intendiamo ridare speranza al Paese.
Non slogan, non parole d’ordine, ma obiettivi tangibili, facilmente verificabili, senza mediazioni al ribasso, senza tentennamenti dell’ultima ora.
E’ bene saperlo, i cambiamenti profondi necessitano anche di modifiche radicali, di rinunce e di scelte che immancabilmente possono creare divisioni.
C’è un prezzo da pagare e ci vuole coraggio. Coraggio nel concepire i progetti di riforma e coraggio nel dire chiaramente, una volta definita la linea, che chi non la condivide è fuori.
I referenti dei partiti non sono gli eletti, ma gli elettori.
Sono loro che attraverso il voto, determinano la condivisione delle scelte, sono loro a giudicare se la politica perseguita è quella giusta.
Non c’è solo un’onda là fuori, c’è una “marea” di persone che aspettano il proprio riscatto e chiedono di rimettere in moto quell’ascensore sociale fuori uso da troppo tempo.
Queste persone vogliono tornare ad avere speranza. Basta dare loro un motivo per averla.
La rassegnazione, dice Romano Prodi (Il Messaggero, 29/11/2009), è un sentimento che non porta a nulla perché impedisce di scorgere la realtà e le forze positive che pur esistono anche nella nostra società.
Ha ragione da vendere il professore, ma i segnali che circondano la nostra quotidianità dicono esattamente il contrario e giustificano, almeno in parte, questo “sentire” comune.
Qualche ragione ci sarà se l’Italia è al 49° posto per competitività, se il 44% dei padri architetti ha un figlio laureato in architettura e lo stesso accade per avvocati e farmacisti.
L’avrà qualche problema un Paese che prova a mettere nero su bianco con i sindacati la pratica dei “passaggi generazionali interni”, dove il padre lascia il posto al proprio figlio come accade alla Banca di Credito Cooperativo di Roma, alla Popolare di Milano, all’Enel, alle Poste e in centinaia di altre attività produttive (Il Mondo, 11/12/2009).
Qualche “dubbio” sorgerà spontaneo in una società ove la raccomandazione è considerata prassi consolidata e dirigenti pubblici, presidenti delle municipalizzate, rettori universitari, dirigenti sanitari e persino i primari degli ospedali sono scelti per appartenenza politica.
Avrà pur qualche ragione, almeno nell’intento provocatorio, il direttore generale della Luiss, Pier Luigi Celli, quando suggerisce al proprio figlio di andarsene dall’Italia a fronte di una “emorragia” continua di cervelli.
Siamo d’accordo, la rassegnazione non porta a nulla, ma come spiegarlo al precario, al ricercatore licenziato, all’operaio in cassa integrazione.
Quando intere generazioni di farmacisti, avvocati, architetti, ingegneri sentono “l’inutilità” dei propri studi, dei propri sacrifici e di quelli della propria famiglia perché il peso degli interessi corporativi li ha confinati ai margini della professione, allora è facile che la rassegnazione si faccia largo, che la speranza che qualcosa cambi venga meno.
Qualcuno, il Censis, dice che siamo una società di “replicanti”, senza illusioni, continuamente ripiegati su noi stessi, in “apnea”.
Il più grosso errore che si può fare è quello di sottovalutare questo sentimento comune, esso è assai più radicato di quanto si creda ed è forse la ragione profonda del perché buona parte dei cittadini italiani ha una visione pessimistica del proprio futuro.
Non c’è speranza in queste persone, o almeno non ve n’é la percezione.
Manca un disegno in grado di ridare fiducia, manca un progetto complessivo di società aperta alle capacità, una società che ponga tutti i cittadini nelle condizioni di cogliere qualsiasi opportunità i propri meriti e le proprie conoscenze consentano loro.
La maggioranza degli italiani è stanca di tutto ciò, è stanca del peso di lobby e corporazioni, è stanca del peso che gli interessi particolari hanno su quelli generali ed aspetta da tempo qualcuno che gli dica: questo è il nostro progetto di riforma della società, questo è il modo con cui intendiamo ridare speranza al Paese.
Non slogan, non parole d’ordine, ma obiettivi tangibili, facilmente verificabili, senza mediazioni al ribasso, senza tentennamenti dell’ultima ora.
E’ bene saperlo, i cambiamenti profondi necessitano anche di modifiche radicali, di rinunce e di scelte che immancabilmente possono creare divisioni.
C’è un prezzo da pagare e ci vuole coraggio. Coraggio nel concepire i progetti di riforma e coraggio nel dire chiaramente, una volta definita la linea, che chi non la condivide è fuori.
I referenti dei partiti non sono gli eletti, ma gli elettori.
Sono loro che attraverso il voto, determinano la condivisione delle scelte, sono loro a giudicare se la politica perseguita è quella giusta.
Non c’è solo un’onda là fuori, c’è una “marea” di persone che aspettano il proprio riscatto e chiedono di rimettere in moto quell’ascensore sociale fuori uso da troppo tempo.
Queste persone vogliono tornare ad avere speranza. Basta dare loro un motivo per averla.
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