Questo articolo è stato scritto dopo la sospensione per tre mesi di Feltri da parte dell'Ordine dei Giornalisti
La domanda è: quanto di strumentale c'è in questo articolo che è condivisibile al 100%?
È ora di finirla con l’Ordine unico
di Carlo Lottieri
Queste strutture professionali devono farsi concorrenza e non possono mettere in discussione unilateralmente il diritto a lavorare. Si tratta di camarille ereditarie, viziate dal nepotismo e per i giornalisti usano il bavaglio
A ben guardare, nell’Italia che settant’anni fa cancellò la Camera dei deputati per sostituirla con quella dei Fasci e delle Corporazioni, gli ordini contavano assai poco. A decidere tutto erano Mussolini e i suoi, e la retorica corporativa era solo il maldestro tentativo di camuffare un regime dittatoriale, fingendo di farne il superamento di capitalismo e socialismo.
Ma quello che nel Ventennio era un progetto, oggi è una realtà, dato che siamo in larga parte prigionieri di apparati (dagli ordini dei notai a quelli dei farmacisti) determinati a difendere le loro rendite parassitarie. Anche se da più parti si ripete la tesi secondo cui saremmo vittime della globalizzazione più selvaggia, nei fatti il Paese è nelle mani di camarille ereditarie: dei figli dei figli, dei nipoti dei nipoti, i quali bloccano la strada a chi vuole lavorare onestamente e, nel caso dell’ordine dei giornalisti, giungono perfino a utilizzare il bavaglio.
Nelle società libere le cose vanno diversamente, dato che la libera iniziativa è tutelata. In una delle più antiche Costituzioni d’America, quella del Maryland, si legge che i monopoli sono «odiosi e contrari ai principi del commercio», ma larga parte della cultura anglosassone è avversa all’idea che qualcuno possa sbarrare la strada a chi vuole intraprendere, scrivere, commerciare, patrocinare e via dicendo.
Ordini e albi devono necessariamente scomparire? Non è detto. È possibile infatti che essi trovino una loro giustificazione, ma senza mettere in discussione il diritto a lavorare. Per avere ordini legittimi, in poche parole, bisogna che essi siano in concorrenza: l’associazione degli avvocati A deve competere con l’associazione degli avvocati B, certificando la qualità dei propri membri di fronte al pubblico. Le strutture corporative e monopoliste della situazione italiana, invece, rappresentano uno scandalo alla luce del sole.
Purtroppo, però, andiamo di male in peggio.
La contro-riforma delle professioni liberali che il governo sta per far approvare si muove nella direzione contraria a quella che andrebbe auspicata e gli argomenti usati da quanti difendono i privilegi di casta sono sempre i medesimi. Ad esempio, ora che si stanno per reintrodurre i minimi tariffari per gli avvocati (a danno della libertà contrattuale, ma anche a scapito degli interessi dei clienti e dei giovani avvocati), la tesi dell’ordine è che questo sia importante a «garanzia della qualità della prestazione professionale». Non ha il minimo senso, ma non fa nulla.
Al ceto dirigente italiano, d’altra parte, la libertà non piace proprio. Basti pensare che nonostante la Costituzione italiana (all’articolo 21, comma 1) dichiari espressamente che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», i vincoli e le limitazioni all’esercizio dell’attività giornalistica imposti dall’ordine dei giornalisti continuano a essere tollerati.
In questo quadro complessivo, aspettiamoci ora che perfino il ritorno della censura trovi i suoi paladini. Ci sarà di sicuro qualcuno pronto a sostenere che chiudere la bocca a Vittorio Feltri, oggi, e a qualche altro, domani, può essere un modo per proteggere la purezza dell’informazione. I liberali hanno sempre pensato che fosse il pluralismo delle voci dissonanti a garantirci al meglio, ma ormai prevale l’idea di una società organizzata dall’alto. Perché a difesa delle corporazioni non ci sono solo le rendite dei notabili di Stato, ma un’intera ideologia che punta a rafforzare il potere.
Non dimentichiamolo: siamo dominati da oligarchie che si ritengono autorizzate a tassarci e regolamentarci a loro parere. Di continuo ci dicono cosa possiamo fare a casa nostra e perfino quando vogliamo costruire una cuccia per il cane dobbiamo chiedere una «concessione». La scuola è nelle loro mani e così la previdenza, la sanità e tantissimi altri settori. In fondo, i capintesta delle corporazioni sono solo un’appendice di questo apparato e non stupiamoci se ogni tanto fanno vittime.
Gli ordini sono organizzazioni di dominio: punto e basta. Ci sarà qualcuno che, dinanzi a una situazione tanto degenerata, troverà la forza per alzare un po' la testa?
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domenica 14 novembre 2010
lunedì 27 settembre 2010
A proposito di liberalizzazioni. Per tornare a cose concrete
Ripreso da Libertiamo.it (http://www.libertiamo.it/)
di Pierpaolo Renella
Il recente rapporto autunnale del Centro studi di Confindustria ha rilanciato il tema della libertà economica in Italia. “L’ossessione degli imprenditori per la crescita deve diventare l’ossessione di tutto il paese”, è stato lo slogan più gettonato in sede di presentazione del rapporto. E non c’é crescita senza riforme. E non c’é riforma vera che non incida sui ritardi competitivi del sistema, aggiungiamo noi.
“Le liberalizzazioni da sole aumenterebbero la produttività del 14,1%”, è uno dei messaggi più significativi dell’analisi compiuta in Viale dell’Astronomia. Senza entrare nel merito dei numeri e delle metodologie impiegate, forse varrebbe la pena di chiedersi: cosa frena i processi di liberalizzazione? Quale potrebbe essere il modello più adeguato e quali gli eventuali limiti intrinseci di un pur seria e convinta azione riformatrice sul piano della diffusione della concorrenza?
Il primo argomento è il più semplice ma ha il pregio di mettere in evidenza la potenzialità bipartizan di un tema politico come quello delle progressiva riduzione del peso dello Stato e dei vincoli-coercizioni-restrizioni nello svolgimento dell’attività economica.
Nessun soggetto politico responsabile può negare che, in un sistema in cui gli operatori economici sono liberi di competere, aumentino il PIL pro-capite e le attese di vita della popolazione; si riducano la corruzione, i pesi e costi della burocrazia e la spinta inflazionistica; e si favorisca il riequilibrio della finanza pubblica, tanto per citare solo alcuni dei principali aspetti quantitativi della libertà economica. Ma se i vantaggi sono evidenti e sostanziali, perché mai il percorso, da sempre, è tortuoso? La ragione risiede nella natura del rapporto costi-benefici. I vantaggi delle riforme ricadono su aree diffuse e indistinte di beneficiari (i consumatori, i contribuenti, le aziende), mentre i loro costi insistono su categorie ben delimitate, con rendite di posizione radicate e consolidate: gestori di servizi di pubblica utilità, burocrati, professionisti, tassisti, farmacisti, aziende monopoliste e via dicendo. Queste categorie, al solo sentir parlare di dinamiche competitive, non esitano a mobilitarsi in nome della difesa dei privilegi e spesso la loro azione di lobby paralizza la spinta riformatrice, con ricadute allarmanti sul sistema: molte aziende smettono di investire preferendo muoversi sul terreno della pressione (o della corruzione) politica.
Sul come procedere, l’evoluzione competitiva e della regolamentazione sono strettamente correlate alle caratteristiche dei settori interessati e ha poco senso arrovellarsi nella scelta tra un percorso “ripido e rapido” e un processo più soft, dove statalismo e dirigismo verrebbero “logorati” ai fianchi, senza assalti frontali. La liberalizzazione è Una, ed è efficace solo se integrale (e integrata, ad esempio, da una politica industriale al passo con i tempi).
Altro è chiedersi, in presenza di monopolio naturale, quale sia il percorso regolatore più adeguato a raggiungere risultati efficienti. O individuare gli strumenti idonei a rendere attrattivi per gli investitori privati i mercati potenzialmente concorrenziali (ad esempio, operando sulle infrastrutture o mettendo in azione la leva degli incentivi verso le tecnologie avanzate). Problemi non semplici la cui risoluzione presuppone l’esistenza di un disegno prospettico, di un master plan che vada oltre la quotidianità politica. In linea di principio, se è innegabile che le regole servano esse stesse ad evitare distorsioni della dinamica di mercato (è la ragion d’essere dell’Antitrust), va tenuto a mente che i regolatori non sono infallibili e possono talvolta burocratizzare eccessivamente e ostacolare seriamente l’attività economica.
Negli ultimi 15-20 anni, lo Stato italiano ha ceduto (secondo alcuni ha “svenduto”) quote di capitale di imprese pubbliche per circa 150 miliardi di euro, senza effetti significativi sulla riduzione del debito pubblico. In alcuni casi ha privatizzato senza liberalizzare i settori e i servizi nei quali le imprese operavano; al monopolio legale pubblico è semplicemente subentrato quello privato (vedi Autostrade), con pochi vantaggi sostanziali per i consumatori e impatto minimo sullo sviluppo economico. I risultati parziali e modesti in termini di promozione della libera concorrenza hanno indirettamente favorito il rilancio della tesi ideologica secondo cui la proprietà pubblica del capitale offrirebbe in generale maggior garanzie di efficienza, con tutto quel che ne consegue sul piano dell’agire (o del non agire) politico dei governi. I sostenitori di questa tesi dimenticano (o fingono di dimenticare) che spesso chi compra rientra nella sfera d’influenza di chi vende e, comunque, che lo stato e gli enti pubblici, anche con partecipazioni di minoranza continuano ad esercitare il controllo sulle aziende privatizzate.
E’ in atto in Italia la riproposizione del modello statalista? Qualcuno l’ha individuata, di recente, nel tentativo di ripubblicizzazione del Mediocredito Centrale. Di sicuro c’e’ una situazione di stallo che va sbloccata. Il problema è come. Se si decide di volare basso, basterebbe riaprire il dibattito sulla privatizzazione di Eni, Poste, Enel, Finmeccanica e Rai e di tante aziende municipalizzate. Un film già visto, che forse non vale il prezzo del biglietto. In caso si voglia provare a volare alto, bisognerà trovare gli strumenti più efficaci per perseguire un livello minimo di efficienza economica nei settori interessati, senza il quale è difficile ottenere gli effetti di ogni liberalizzazione che si rispetti: riduzione delle tariffe, maggior diffusione e miglioramento della qualità dei servizi e incremento degli investimenti dei privati. Si potrebbe partire proprio dal Mezzogiorno, dove oltre i tre quarti dei comuni ricorrono alla gestione in house dei servizi pubblici e dove, solo nel settore idrico, sono stimati investimenti per 60 miliardi di euro nei prossimi trent’anni.
di Pierpaolo Renella
Il recente rapporto autunnale del Centro studi di Confindustria ha rilanciato il tema della libertà economica in Italia. “L’ossessione degli imprenditori per la crescita deve diventare l’ossessione di tutto il paese”, è stato lo slogan più gettonato in sede di presentazione del rapporto. E non c’é crescita senza riforme. E non c’é riforma vera che non incida sui ritardi competitivi del sistema, aggiungiamo noi.
“Le liberalizzazioni da sole aumenterebbero la produttività del 14,1%”, è uno dei messaggi più significativi dell’analisi compiuta in Viale dell’Astronomia. Senza entrare nel merito dei numeri e delle metodologie impiegate, forse varrebbe la pena di chiedersi: cosa frena i processi di liberalizzazione? Quale potrebbe essere il modello più adeguato e quali gli eventuali limiti intrinseci di un pur seria e convinta azione riformatrice sul piano della diffusione della concorrenza?
Il primo argomento è il più semplice ma ha il pregio di mettere in evidenza la potenzialità bipartizan di un tema politico come quello delle progressiva riduzione del peso dello Stato e dei vincoli-coercizioni-restrizioni nello svolgimento dell’attività economica.
Nessun soggetto politico responsabile può negare che, in un sistema in cui gli operatori economici sono liberi di competere, aumentino il PIL pro-capite e le attese di vita della popolazione; si riducano la corruzione, i pesi e costi della burocrazia e la spinta inflazionistica; e si favorisca il riequilibrio della finanza pubblica, tanto per citare solo alcuni dei principali aspetti quantitativi della libertà economica. Ma se i vantaggi sono evidenti e sostanziali, perché mai il percorso, da sempre, è tortuoso? La ragione risiede nella natura del rapporto costi-benefici. I vantaggi delle riforme ricadono su aree diffuse e indistinte di beneficiari (i consumatori, i contribuenti, le aziende), mentre i loro costi insistono su categorie ben delimitate, con rendite di posizione radicate e consolidate: gestori di servizi di pubblica utilità, burocrati, professionisti, tassisti, farmacisti, aziende monopoliste e via dicendo. Queste categorie, al solo sentir parlare di dinamiche competitive, non esitano a mobilitarsi in nome della difesa dei privilegi e spesso la loro azione di lobby paralizza la spinta riformatrice, con ricadute allarmanti sul sistema: molte aziende smettono di investire preferendo muoversi sul terreno della pressione (o della corruzione) politica.
Sul come procedere, l’evoluzione competitiva e della regolamentazione sono strettamente correlate alle caratteristiche dei settori interessati e ha poco senso arrovellarsi nella scelta tra un percorso “ripido e rapido” e un processo più soft, dove statalismo e dirigismo verrebbero “logorati” ai fianchi, senza assalti frontali. La liberalizzazione è Una, ed è efficace solo se integrale (e integrata, ad esempio, da una politica industriale al passo con i tempi).
Altro è chiedersi, in presenza di monopolio naturale, quale sia il percorso regolatore più adeguato a raggiungere risultati efficienti. O individuare gli strumenti idonei a rendere attrattivi per gli investitori privati i mercati potenzialmente concorrenziali (ad esempio, operando sulle infrastrutture o mettendo in azione la leva degli incentivi verso le tecnologie avanzate). Problemi non semplici la cui risoluzione presuppone l’esistenza di un disegno prospettico, di un master plan che vada oltre la quotidianità politica. In linea di principio, se è innegabile che le regole servano esse stesse ad evitare distorsioni della dinamica di mercato (è la ragion d’essere dell’Antitrust), va tenuto a mente che i regolatori non sono infallibili e possono talvolta burocratizzare eccessivamente e ostacolare seriamente l’attività economica.
Negli ultimi 15-20 anni, lo Stato italiano ha ceduto (secondo alcuni ha “svenduto”) quote di capitale di imprese pubbliche per circa 150 miliardi di euro, senza effetti significativi sulla riduzione del debito pubblico. In alcuni casi ha privatizzato senza liberalizzare i settori e i servizi nei quali le imprese operavano; al monopolio legale pubblico è semplicemente subentrato quello privato (vedi Autostrade), con pochi vantaggi sostanziali per i consumatori e impatto minimo sullo sviluppo economico. I risultati parziali e modesti in termini di promozione della libera concorrenza hanno indirettamente favorito il rilancio della tesi ideologica secondo cui la proprietà pubblica del capitale offrirebbe in generale maggior garanzie di efficienza, con tutto quel che ne consegue sul piano dell’agire (o del non agire) politico dei governi. I sostenitori di questa tesi dimenticano (o fingono di dimenticare) che spesso chi compra rientra nella sfera d’influenza di chi vende e, comunque, che lo stato e gli enti pubblici, anche con partecipazioni di minoranza continuano ad esercitare il controllo sulle aziende privatizzate.
E’ in atto in Italia la riproposizione del modello statalista? Qualcuno l’ha individuata, di recente, nel tentativo di ripubblicizzazione del Mediocredito Centrale. Di sicuro c’e’ una situazione di stallo che va sbloccata. Il problema è come. Se si decide di volare basso, basterebbe riaprire il dibattito sulla privatizzazione di Eni, Poste, Enel, Finmeccanica e Rai e di tante aziende municipalizzate. Un film già visto, che forse non vale il prezzo del biglietto. In caso si voglia provare a volare alto, bisognerà trovare gli strumenti più efficaci per perseguire un livello minimo di efficienza economica nei settori interessati, senza il quale è difficile ottenere gli effetti di ogni liberalizzazione che si rispetti: riduzione delle tariffe, maggior diffusione e miglioramento della qualità dei servizi e incremento degli investimenti dei privati. Si potrebbe partire proprio dal Mezzogiorno, dove oltre i tre quarti dei comuni ricorrono alla gestione in house dei servizi pubblici e dove, solo nel settore idrico, sono stimati investimenti per 60 miliardi di euro nei prossimi trent’anni.
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domenica 18 luglio 2010
Fazio: il ministro più corporativo che c’è
Classe 1944 è medico laureatosi a Pisa nel 1968. Già professore ordinario di diagnostica per immagini e radioterapia presso la facoltà di Medicina e chirurgia Milano-Bicocca, è stato il primo in Europa ad aver istallato una PET (Positron Emission Tomography) all’Hammersmith Hospital di Londra.
Ingaggiato nell’ultimo Governo Berlusconi prima come sottosegretario al Lavoro, Salute e Politiche sociali, diventa Vice Ministro con delega alla salute nel maggio 2009 e quindi ministro quando il ministero è re-istituito nel dicembre 2009.
Criticato dalla Corte dei Conti per aver sottoscritto con la Novartis un contratto di fornitura di 24 milioni di dosi di vaccino a 184 milioni di euro, ritenuto troppo vantaggioso per l’azienda, non ha mai mancato di nascondere le proprie simpatie per lobby e corporazioni.
Lobby e corporazioni che all’atto della sua investitura lo avvicinano immediatamente: obiettivo porre la parola fine sulle odiate liberalizzazioni di Bersani.
Mentre in Parlamento va a rilento il disegno di legge Gasparri_Tomassini che in buona sostanza si ripromette di far chiudere le oltre 3000 parafarmacie aperte, Fazio diventa “strada alternativa”, ma privilegiata, per tentare di accorciare i tempi.
Il vecchio sistema dei tavoli di concertazione, ove tutti sono invitati e nessuno conta quanto rappresenta, è sempre buono per depotenziare i nemici. Ecco che allora Fazio convoca, con “l’ausilio” e il fraterno appoggio del Presidente della FOFI un “tavolo” sulle parafarmacie, dove, tra moniti (“Nessuno pensi di aprire da qui alla fine dell’anno tante nuove farmacie perché la legge sarà retroattiva”) e calorose “pacche sulle spalle” agli amici, viene montata la più colossale presa in giro degli ultimi anni: il riassorbimento delle parafarmacie nel servizio farmaceutico nazionale.
Cosa questo significhi tutti si guardano bene dal specificarlo, ma tant’è che chi perde il proprio tempo a guardare in cielo volar gli asini c’è sempre e qualcuno pensa ad una trasformazione delle parafarmacie in farmacie.
Non importa se tutto è inverosimile, il gioco delle parole dette e non dette, dei sussurri a mezza bocca è troppo allettante per non credere alla favola di “Corte”.
Nel frattempo il Ministro si mette al lavoro e con l’accorto appoggio dei “fantasisti” della farmaceutica s’inventa “la farmacia dei servizi”, “l’Eldorado” dei titolari di farmacia italiana, la “svolta” epocale per la sanità pubblica, la “chiave di volta” per la tutela della salute pubblica. L’idea è semplice, quanto vecchia, fare della farmacia italiana un centro di distribuzione di servizi (analisi prima istanza, prenotazione visite, consegna referti ecc.ecc.) per il S.S.N.
Un solo piccolo problema: con quali soldi?
Poco importa al Ministro se oggi più di un terzo della popolazione ha più di 65 anni e domani diventerà un quarto, poco importa d’ospedali fatiscenti, delle liste d’attesa, dei deficit cronici e dell’ingerenza sempre più pervasiva della politica.
No lui si occupa di farmacie e cravatte.
Confusione nei programmi e nelle idee, un esempio il 7 luglio è la giornata nazionale contro la contraffazione dei farmaci, in tutti i congressi si parla di regolamentare la vendita on-line e di fare attenzione al commercio. Ebbene, cosa fa il nostro ministro, di ritorno da Bruxelles ove aveva partecipato alla riunione su questo tema dei ministri della salute UE, se ne esce con un’inversione a 360° della posizione italiana, dicendosi possibilista per la vendita on-line dei farmaci d’automedicazione. Reazioni arrabbiate il giorno stesso e quello successivo, proprio mentre il Governo stava per approvare una manovra che toccava il margine delle farmacie (poi notevolmente ridimensionato) e il ministro si affretta a specificare che naturalmente solo le farmacie potranno praticare questo nuovo “business”.
Il colpo di genio però arriva nel luglio di quest’anno.
Il Ministro Alfano da vero “cavaliere” dei liberisti italiani ha intenzione di riformare gli ordini professionali, nel senso di aumentargli il potere corporativo naturalmente.
Bene il nostro Ministro non può stare a guardare: chiede agli Ordini dei medici, veterinari, farmacisti e odontoiatri di preparargli una legge delega da inserire nel progetto.
E questi lo fanno.
Risultato: gli ordini sono organi sussidiari dello Stato con autonomia patrimoniale, non più soggetti a controlli.
Niente di specifico sui sistemi elettorali per eleggere i vertici, niente sulle antidemocratiche procedure d’elezioni e sulla rappresentanza proporzionale ai voti presi.
Niente sulle regole che di fatto consentono a 4/5 ordini di eleggere i veritici.
Solo un richiamo alla rappresentanza delle minoranze organizzate. Il solito tavolo inutile per salvare la forma.
Un’ultima cosa: il ministro Tremonti sulle pensioni dopo i 40 anni ha candidamente ammesso che non si trattava affatto di refuso, ma di un vero e proprio progetto tentato dal Governo. Faccia lo stesso il ministro Fazio e dica chiaramente che non si trattava di fantasie quanto riportato nelle bozze del disegno di legge portato in consiglio dei ministri, ed ammetta che l’intenzione di bloccare le parafarmacie e le nuove aperture c’era, eccome se c’era.
Per non stare a guardare: http://www.mnlf.it/focus.php?id=20
Ingaggiato nell’ultimo Governo Berlusconi prima come sottosegretario al Lavoro, Salute e Politiche sociali, diventa Vice Ministro con delega alla salute nel maggio 2009 e quindi ministro quando il ministero è re-istituito nel dicembre 2009.
Criticato dalla Corte dei Conti per aver sottoscritto con la Novartis un contratto di fornitura di 24 milioni di dosi di vaccino a 184 milioni di euro, ritenuto troppo vantaggioso per l’azienda, non ha mai mancato di nascondere le proprie simpatie per lobby e corporazioni.
Lobby e corporazioni che all’atto della sua investitura lo avvicinano immediatamente: obiettivo porre la parola fine sulle odiate liberalizzazioni di Bersani.
Mentre in Parlamento va a rilento il disegno di legge Gasparri_Tomassini che in buona sostanza si ripromette di far chiudere le oltre 3000 parafarmacie aperte, Fazio diventa “strada alternativa”, ma privilegiata, per tentare di accorciare i tempi.
Il vecchio sistema dei tavoli di concertazione, ove tutti sono invitati e nessuno conta quanto rappresenta, è sempre buono per depotenziare i nemici. Ecco che allora Fazio convoca, con “l’ausilio” e il fraterno appoggio del Presidente della FOFI un “tavolo” sulle parafarmacie, dove, tra moniti (“Nessuno pensi di aprire da qui alla fine dell’anno tante nuove farmacie perché la legge sarà retroattiva”) e calorose “pacche sulle spalle” agli amici, viene montata la più colossale presa in giro degli ultimi anni: il riassorbimento delle parafarmacie nel servizio farmaceutico nazionale.
Cosa questo significhi tutti si guardano bene dal specificarlo, ma tant’è che chi perde il proprio tempo a guardare in cielo volar gli asini c’è sempre e qualcuno pensa ad una trasformazione delle parafarmacie in farmacie.
Non importa se tutto è inverosimile, il gioco delle parole dette e non dette, dei sussurri a mezza bocca è troppo allettante per non credere alla favola di “Corte”.
Nel frattempo il Ministro si mette al lavoro e con l’accorto appoggio dei “fantasisti” della farmaceutica s’inventa “la farmacia dei servizi”, “l’Eldorado” dei titolari di farmacia italiana, la “svolta” epocale per la sanità pubblica, la “chiave di volta” per la tutela della salute pubblica. L’idea è semplice, quanto vecchia, fare della farmacia italiana un centro di distribuzione di servizi (analisi prima istanza, prenotazione visite, consegna referti ecc.ecc.) per il S.S.N.
Un solo piccolo problema: con quali soldi?
Poco importa al Ministro se oggi più di un terzo della popolazione ha più di 65 anni e domani diventerà un quarto, poco importa d’ospedali fatiscenti, delle liste d’attesa, dei deficit cronici e dell’ingerenza sempre più pervasiva della politica.
No lui si occupa di farmacie e cravatte.
Confusione nei programmi e nelle idee, un esempio il 7 luglio è la giornata nazionale contro la contraffazione dei farmaci, in tutti i congressi si parla di regolamentare la vendita on-line e di fare attenzione al commercio. Ebbene, cosa fa il nostro ministro, di ritorno da Bruxelles ove aveva partecipato alla riunione su questo tema dei ministri della salute UE, se ne esce con un’inversione a 360° della posizione italiana, dicendosi possibilista per la vendita on-line dei farmaci d’automedicazione. Reazioni arrabbiate il giorno stesso e quello successivo, proprio mentre il Governo stava per approvare una manovra che toccava il margine delle farmacie (poi notevolmente ridimensionato) e il ministro si affretta a specificare che naturalmente solo le farmacie potranno praticare questo nuovo “business”.
Il colpo di genio però arriva nel luglio di quest’anno.
Il Ministro Alfano da vero “cavaliere” dei liberisti italiani ha intenzione di riformare gli ordini professionali, nel senso di aumentargli il potere corporativo naturalmente.
Bene il nostro Ministro non può stare a guardare: chiede agli Ordini dei medici, veterinari, farmacisti e odontoiatri di preparargli una legge delega da inserire nel progetto.
E questi lo fanno.
Risultato: gli ordini sono organi sussidiari dello Stato con autonomia patrimoniale, non più soggetti a controlli.
Niente di specifico sui sistemi elettorali per eleggere i vertici, niente sulle antidemocratiche procedure d’elezioni e sulla rappresentanza proporzionale ai voti presi.
Niente sulle regole che di fatto consentono a 4/5 ordini di eleggere i veritici.
Solo un richiamo alla rappresentanza delle minoranze organizzate. Il solito tavolo inutile per salvare la forma.
Un’ultima cosa: il ministro Tremonti sulle pensioni dopo i 40 anni ha candidamente ammesso che non si trattava affatto di refuso, ma di un vero e proprio progetto tentato dal Governo. Faccia lo stesso il ministro Fazio e dica chiaramente che non si trattava di fantasie quanto riportato nelle bozze del disegno di legge portato in consiglio dei ministri, ed ammetta che l’intenzione di bloccare le parafarmacie e le nuove aperture c’era, eccome se c’era.
Per non stare a guardare: http://www.mnlf.it/focus.php?id=20
sabato 19 giugno 2010
Dove è finito Robin Hood
Manifestazione del Pd contro la manovra. Palaeur, Roma
Bersani sul Ministro dell'economia Giulio Tremonti: "Voglio vederlo Robin Hood... che fine ha fatto?". Qualcuno dalla platea suggerisce: "Si è perso". Bersani chiosa: "Sì, si è perso nella foresta di Sherwood. Parla di liberalizzazioni, ma perché non discute della nostra proposta? Perché uno che vuole aprire una parafarmacia deve aspettare la riforma dell'articolo 41 della Costituzione? Vediamo cosa fa Robin Hood".
"Dice che bisogna fermare la globalizzazione... Provaci tu! Come vogliamo fare? Mettendo le ampolle di Bossi nel Pacifico? O con la formula Dio-patria-famiglia?".
Bersani sul Ministro dell'economia Giulio Tremonti: "Voglio vederlo Robin Hood... che fine ha fatto?". Qualcuno dalla platea suggerisce: "Si è perso". Bersani chiosa: "Sì, si è perso nella foresta di Sherwood. Parla di liberalizzazioni, ma perché non discute della nostra proposta? Perché uno che vuole aprire una parafarmacia deve aspettare la riforma dell'articolo 41 della Costituzione? Vediamo cosa fa Robin Hood".
"Dice che bisogna fermare la globalizzazione... Provaci tu! Come vogliamo fare? Mettendo le ampolle di Bossi nel Pacifico? O con la formula Dio-patria-famiglia?".
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lunedì 7 giugno 2010
Imprese e burocrazia. Liberi tutti, dalla realtà
da http://www.epistemes.org/
Il ministro dell’Economia ed il premier nei giorni scorsi hanno lanciato l’ipotesi di una profonda liberalizzazione dei regimi autorizzativi alla creazione e gestione d’impresa, da attuarsi addirittura (ed incomprensibilmente) con un intervento sulla prima parte della Costituzione, segnatamente l’articolo 41. Pare proprio che, di rodomontata in rodomontata, l’esito sia destinato a non variare. Vediamo il perché.
In primo luogo, l’idea è un vecchio cavallo di battaglia tremontiano, o almeno del primo Tremonti, quello del libro “Lo stato criminogeno” e del Libro Bianco sul Fisco del 1994; come noto, quel Tremonti è persona diversa da quella che durante l’attuale crisi finanziaria ammoniva che è tempo di dire basta al “liberismo sfrenato” (che in Italia non è mai esistito, ma fa lo stesso), e che lo stato “deve tornare a fare lo stato”. Oggi, di fronte ad una crisi drammatica malgrado le quotidiane professioni di ottimismo, e ad un paese che non intende crescere, ingabbiato com’è da una legislazione pervasiva ed occhiuta oltre che da una classe politica drammaticamente inadeguata ai tempi, si torna a ipotizzare il “liberi tutti”. Sfortunatamente, lo si fa guardando più agli effetti speciali che alla sostanza.
Il riferimento ad un articolo della prima parte della Costituzione è già un notevole passo falso. Cosa andrebbe emendato, nel caso? Siamo ragionevolmente certi che non andrebbe soppresso il secondo punto di quell’articolo, per il quale l’iniziativa economica privata “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana“. E quindi, che resta? Il terzo: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali“. Ancora più generico, indeterminato ed indeterminabile. Come è possibile modificare un principio costituzionale generale, e per ciò stesso astrattamente “alto e nobile”, oltre che fortemente interconnesso ad altri articoli della Carta, ai soli fini di una modifica della legislazione ordinaria sui regimi autorizzativi allo stabilimento e gestione della continuità d’impresa resta un mistero. E soprattutto, quale sarebbe il senso di una modifica costituzionale (che peraltro richiede molto tempo) per applicare un regime transitorio della durata di “due-tre anni“?
Forse il problema sta nel famigerato Titolo V della Costituzione, quello che ha tentato di definire le materie di competenza esclusiva e concorrente tra Stato da una parte e regioni dall’altra? Ma se le cose stanno in questi termini si dovrebbe agire là, cioè sulla seconda parte della Carta, non certo sulla prima. Il problema è la potestà legislativa concorrente tra stato e regioni, così come disciplinata dall’articolo 117 della Costituzione. Esiste, ad esempio, una legislazione concorrente riguardo, tra le altre cose, tutela e sicurezza del lavoro. Vogliamo deregolamentare questa? Non servirebbe a nulla, diciamolo subito, perché comunque lo stato non potrebbe accettare situazioni regionali “vietnamite”, ma se la risposta è affermativa basta agire sull’articolo 117.
Pare che il problema della resistenza alla liberalizzazione economica siano improvvisamente diventate le regioni, stataliste e frenatrici. Ma se le cose stanno davvero in questi termini e se occorrono leggi nazionali per sbloccare la forza della conservazione localistica, a che serve agognare il federalismo, non solo quello fiscale? Naturalmente queste obiezioni neppure scalfiscono le granitiche certezze della Lega, che ha votato ad inizio legislatura l’abrogazione della maggiore imposta federalista presente nel nostro ordinamento fiscale, e che si accinge a votare una manovra correttiva che riduce ulteriormente l’autonomia impositiva locale. Ricordate il famoso “piano casa” governativo, quello che doveva servire a ricavare “un locale in più per i figli”? E’ fallito, come ammette lo stesso Tremonti. Sempre colpa delle regioni? Ma non si era detto che, al crescere del numero dei governatori del centrodestra, ci sarebbe stato un effetto virtuoso di trasmissione dal centro alla periferia degli impulsi deregolatori? Pare di no, se qualcuno nel Pdl questo benedetto “locale in più per i figli” vuol farlo rientrare dalla finestra di un condono, l’ennesimo. L’Italia è una repubblica fondata sullo stato di necessità, si direbbe. Certamente fondata sull’improvvisazione e sull’assenza di visione sistemica, l’unica skill richiesta al legislatore, oggi.
Tornando e restando al nuovo spin tremontiano, come si concilia questa improvvisa conversione ideologica sulla via della libertà d’iniziativa economica con la produzione legislativa di una maggioranza che sta demolendo sistematicamente la libertà d’impresa nel settore di farmacie e parafarmacie e sta aumentando drammaticamente la “riserva” di attività a favore degli iscritti all’Ordine degli avvocati, e non solo? Non è dato sapere. Ancora, il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, quello a cui brillano gli occhi davanti a pire di leggi ormai da tempo disapplicate, si dice pronto a preparare una legge per “aprire un’impresa in un giorno”. Ottimo, anche se tardivo e già sentito da almeno un quindicennio. Però il problema non è l’apertura, ma il funzionamento. A che mi serve aprire un’impresa in un giorno se poi devo venire perseguitato con accertamenti successivi, giacché i medesimi verrebbero spostati a valle del fatidico startup? E a che mi serve aprire un’impresa in un giorno se non riesco a tutelare i miei crediti, con una giustizia civile in stato comatoso? Le metriche, in quest’ultimo caso, non accennano a migliorare in nessun distretto giudiziario: la tutela dei diritti di proprietà in questo paese resta affidata al caso.
Ancora: il premier denuncia “l’oppressione fiscale”. E noi con lui, almeno per quelli che non sono in grado giocare con l’Iva. Ma, parlando di oppressione fiscale, ha provato a leggersi quanto è previsto al riguardo nella manovra correttiva? L’impressione è che governo e maggioranza facciano due parti in commedia, stante l’assenza di un’opposizione senziente. La strada per le riforme non passa per una qualche improbabile “rivincita” ideologica sulla prima parte della Costituzione, ma sulla legislazione ordinaria e, in negativo, sull’assenza di grandi scelte dall’inizio della legislatura. Perché “c’è la crisi, ma quando finirà vedrete quanto faremo”. E questa crisi, che appare e scompare a seconda delle convenienze, ci lascia in eredità l’assoluto immobilismo di un esecutivo che continua a non realizzare che questo paese è in svantaggio strutturale sul resto dei paesi con i quali ci confrontiamo. Ma la narrativa resta sempre quella: è colpa dei sindacati, dell’opposizione, della Costituzione che non ci permette di lavorare. La mitologia dell’”agente ostruente esterno” pare suonare ancora convincente, alle orecchie della maggioranza dell’elettorato. Non a quelle dei mercati, però.
Il ministro dell’Economia ed il premier nei giorni scorsi hanno lanciato l’ipotesi di una profonda liberalizzazione dei regimi autorizzativi alla creazione e gestione d’impresa, da attuarsi addirittura (ed incomprensibilmente) con un intervento sulla prima parte della Costituzione, segnatamente l’articolo 41. Pare proprio che, di rodomontata in rodomontata, l’esito sia destinato a non variare. Vediamo il perché.
In primo luogo, l’idea è un vecchio cavallo di battaglia tremontiano, o almeno del primo Tremonti, quello del libro “Lo stato criminogeno” e del Libro Bianco sul Fisco del 1994; come noto, quel Tremonti è persona diversa da quella che durante l’attuale crisi finanziaria ammoniva che è tempo di dire basta al “liberismo sfrenato” (che in Italia non è mai esistito, ma fa lo stesso), e che lo stato “deve tornare a fare lo stato”. Oggi, di fronte ad una crisi drammatica malgrado le quotidiane professioni di ottimismo, e ad un paese che non intende crescere, ingabbiato com’è da una legislazione pervasiva ed occhiuta oltre che da una classe politica drammaticamente inadeguata ai tempi, si torna a ipotizzare il “liberi tutti”. Sfortunatamente, lo si fa guardando più agli effetti speciali che alla sostanza.
Il riferimento ad un articolo della prima parte della Costituzione è già un notevole passo falso. Cosa andrebbe emendato, nel caso? Siamo ragionevolmente certi che non andrebbe soppresso il secondo punto di quell’articolo, per il quale l’iniziativa economica privata “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana“. E quindi, che resta? Il terzo: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali“. Ancora più generico, indeterminato ed indeterminabile. Come è possibile modificare un principio costituzionale generale, e per ciò stesso astrattamente “alto e nobile”, oltre che fortemente interconnesso ad altri articoli della Carta, ai soli fini di una modifica della legislazione ordinaria sui regimi autorizzativi allo stabilimento e gestione della continuità d’impresa resta un mistero. E soprattutto, quale sarebbe il senso di una modifica costituzionale (che peraltro richiede molto tempo) per applicare un regime transitorio della durata di “due-tre anni“?
Forse il problema sta nel famigerato Titolo V della Costituzione, quello che ha tentato di definire le materie di competenza esclusiva e concorrente tra Stato da una parte e regioni dall’altra? Ma se le cose stanno in questi termini si dovrebbe agire là, cioè sulla seconda parte della Carta, non certo sulla prima. Il problema è la potestà legislativa concorrente tra stato e regioni, così come disciplinata dall’articolo 117 della Costituzione. Esiste, ad esempio, una legislazione concorrente riguardo, tra le altre cose, tutela e sicurezza del lavoro. Vogliamo deregolamentare questa? Non servirebbe a nulla, diciamolo subito, perché comunque lo stato non potrebbe accettare situazioni regionali “vietnamite”, ma se la risposta è affermativa basta agire sull’articolo 117.
Pare che il problema della resistenza alla liberalizzazione economica siano improvvisamente diventate le regioni, stataliste e frenatrici. Ma se le cose stanno davvero in questi termini e se occorrono leggi nazionali per sbloccare la forza della conservazione localistica, a che serve agognare il federalismo, non solo quello fiscale? Naturalmente queste obiezioni neppure scalfiscono le granitiche certezze della Lega, che ha votato ad inizio legislatura l’abrogazione della maggiore imposta federalista presente nel nostro ordinamento fiscale, e che si accinge a votare una manovra correttiva che riduce ulteriormente l’autonomia impositiva locale. Ricordate il famoso “piano casa” governativo, quello che doveva servire a ricavare “un locale in più per i figli”? E’ fallito, come ammette lo stesso Tremonti. Sempre colpa delle regioni? Ma non si era detto che, al crescere del numero dei governatori del centrodestra, ci sarebbe stato un effetto virtuoso di trasmissione dal centro alla periferia degli impulsi deregolatori? Pare di no, se qualcuno nel Pdl questo benedetto “locale in più per i figli” vuol farlo rientrare dalla finestra di un condono, l’ennesimo. L’Italia è una repubblica fondata sullo stato di necessità, si direbbe. Certamente fondata sull’improvvisazione e sull’assenza di visione sistemica, l’unica skill richiesta al legislatore, oggi.
Tornando e restando al nuovo spin tremontiano, come si concilia questa improvvisa conversione ideologica sulla via della libertà d’iniziativa economica con la produzione legislativa di una maggioranza che sta demolendo sistematicamente la libertà d’impresa nel settore di farmacie e parafarmacie e sta aumentando drammaticamente la “riserva” di attività a favore degli iscritti all’Ordine degli avvocati, e non solo? Non è dato sapere. Ancora, il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, quello a cui brillano gli occhi davanti a pire di leggi ormai da tempo disapplicate, si dice pronto a preparare una legge per “aprire un’impresa in un giorno”. Ottimo, anche se tardivo e già sentito da almeno un quindicennio. Però il problema non è l’apertura, ma il funzionamento. A che mi serve aprire un’impresa in un giorno se poi devo venire perseguitato con accertamenti successivi, giacché i medesimi verrebbero spostati a valle del fatidico startup? E a che mi serve aprire un’impresa in un giorno se non riesco a tutelare i miei crediti, con una giustizia civile in stato comatoso? Le metriche, in quest’ultimo caso, non accennano a migliorare in nessun distretto giudiziario: la tutela dei diritti di proprietà in questo paese resta affidata al caso.
Ancora: il premier denuncia “l’oppressione fiscale”. E noi con lui, almeno per quelli che non sono in grado giocare con l’Iva. Ma, parlando di oppressione fiscale, ha provato a leggersi quanto è previsto al riguardo nella manovra correttiva? L’impressione è che governo e maggioranza facciano due parti in commedia, stante l’assenza di un’opposizione senziente. La strada per le riforme non passa per una qualche improbabile “rivincita” ideologica sulla prima parte della Costituzione, ma sulla legislazione ordinaria e, in negativo, sull’assenza di grandi scelte dall’inizio della legislatura. Perché “c’è la crisi, ma quando finirà vedrete quanto faremo”. E questa crisi, che appare e scompare a seconda delle convenienze, ci lascia in eredità l’assoluto immobilismo di un esecutivo che continua a non realizzare che questo paese è in svantaggio strutturale sul resto dei paesi con i quali ci confrontiamo. Ma la narrativa resta sempre quella: è colpa dei sindacati, dell’opposizione, della Costituzione che non ci permette di lavorare. La mitologia dell’”agente ostruente esterno” pare suonare ancora convincente, alle orecchie della maggioranza dell’elettorato. Non a quelle dei mercati, però.
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martedì 25 maggio 2010
Quei tagli sull'agenda della competitività
di Giorgio Barba Navaretti
pubblicato sul Sole 24ore
L'equilibrio futuro dell'area dell'euro dipenderà in buona misura dal commercio estero. Solo la capacità diffusa di produrre ed esportare beni e servizi può determinare la coesione di lungo periodo dei paesi membri. Per questo motivo il patto di stabilità non può limitarsi a rimettere i conti in ordine, a estendere la Schuldenbremse tedesca, il vincolo costituzionale ai deficit pubblici, ma deve aprire a riforme strutturali che rafforzino la competitività complessiva dell'Unione e il rilancio della crescita della regione.
Parlare di mercato del lavoro, liberalizzazioni delle professioni, investimenti in capitale umano, riforma della burocrazia e supporto alle imprese mentre Atene brucia e l'euro scivola potrebbe apparire paradossale, ma così non è.
La radice del progetto dell'euro non è solo monetaria ma affonda nell'economia reale, è complementare al mercato unico: ridurre le barriere agli scambi nell'area. E la crisi dell'euro deriva da una diversa capacità competitiva dei paesi membri, non solo da una gestione malaccorta dei conti pubblici. Grecia e a seguire Portogallo e Spagna hanno deficit molto elevati dei conti con l'estero. L'aggiustamento di questi squilibri non si risolve solo rilanciando la domanda tedesca (cosa che comunque Berlino ha poca intenzione di fare), ma rafforzando la competitività dei paesi in deficit. Le misure fiscali varate fin qui lo fanno indirettamente attraverso la deflazione. Peccato che l'Europa abbia assolutamente bisogno di crescere. Le riforme strutturali per il rafforzamento della competitività sono dunque una via alternativa (o in alcuni casi complementare) alla mortificante compressione di prezzi e salari.
Ci sono almeno due buone ragioni per consolidare la dimensione europea di queste politiche. La prima è evitare di pestarsi i piedi. All'interno dell'area dell'euro, principale mercato di destinazione di tutti i paesi membri, se tutti non crescono più rapidamente, le esportazioni dell'uno vanno a scapito di quelle degli altri. La crescita delle esportazioni delle nazioni in deficit si tradurrebbe in un gioco a somma zero, spinto da politiche nazionali di tipo beggar-my-neighbour, ossia dannose per gli altri paesi.
La dimensione nazionale delle politiche diventa soprattutto rilevante nel momento in cui ci sono poche risorse, la crescita è scarsa e nonostante la necessità di exit strategy fiscali, i soldi del contribuente sono necessari per sostenere il sistema produttivo nazionale. La ricerca di nuova competitività post-crisi ha riportato alla ribalta l'intervento dello stato. L'esempio migliore di tentativo di rafforzare il sistema produttivo in chiave strettamente nazionale è la Francia, che ha varato una politica industriale d'indiscutibile grandeur, con obiettivi da dirigismo dei tempi perduti: un aumento del 25% della produzione industriale entro il 2015, una crescita di almeno due punti percentuali della quota nel valore aggiunto industriale europeo, il ritorno a una bilancia commerciale positiva, sempre nel 2015.
Certo, ogni nazione deve fare i conti con il saldo della propria bilancia dei pagamenti. Il dirigismo francese è la controparte da paese in deficit del virtuosismo fiscale da paese in surplus della Germania. Strategie opposte, entrambe non cooperative: appunto, beggar-my-neighbour, soprattutto se la domanda non riparte.
La seconda ragione per un coordinamento delle politiche strutturali è il mercato unico. Come ben messo in evidenza dal rapporto Monti, questo è un immenso patrimonio del progetto europeo, che ha ancora ampio spazio per aumentare.
Le imprese crescono in primo luogo sul mercato domestico e poi su quello dell'export. Il mercato unico è appunto un immenso mercato simil-domestico. Ma le barriere tra paesi, soprattutto nel settore dei servizi e nei sistemi di regole, dal mercato del lavoro a quello finanziario, ancora rallentano gli scambi. Il coordinamento delle riforme strutturali deve favorire l'abbattimento di queste barriere.
Politicamente è una strada ardua. Integrazione e mercato sono oggi parole impopolari in qualunque agenda elettorale. Ma perseguire solo il rigore fiscale e la deflazione è una ricetta sicura per allontanare definitivamente gli elettori dall'Europa.
Il commercio e l'aggiustamento degli squilibri dei conti con l'estero sarà un gioco a somma zero solo se l'economia non cresce. Rafforzare la competitività del Vecchio continente coordinando le politiche strutturali è l'unica via per riprendere ad allargare la torta per tutti.
pubblicato sul Sole 24ore
L'equilibrio futuro dell'area dell'euro dipenderà in buona misura dal commercio estero. Solo la capacità diffusa di produrre ed esportare beni e servizi può determinare la coesione di lungo periodo dei paesi membri. Per questo motivo il patto di stabilità non può limitarsi a rimettere i conti in ordine, a estendere la Schuldenbremse tedesca, il vincolo costituzionale ai deficit pubblici, ma deve aprire a riforme strutturali che rafforzino la competitività complessiva dell'Unione e il rilancio della crescita della regione.
Parlare di mercato del lavoro, liberalizzazioni delle professioni, investimenti in capitale umano, riforma della burocrazia e supporto alle imprese mentre Atene brucia e l'euro scivola potrebbe apparire paradossale, ma così non è.
La radice del progetto dell'euro non è solo monetaria ma affonda nell'economia reale, è complementare al mercato unico: ridurre le barriere agli scambi nell'area. E la crisi dell'euro deriva da una diversa capacità competitiva dei paesi membri, non solo da una gestione malaccorta dei conti pubblici. Grecia e a seguire Portogallo e Spagna hanno deficit molto elevati dei conti con l'estero. L'aggiustamento di questi squilibri non si risolve solo rilanciando la domanda tedesca (cosa che comunque Berlino ha poca intenzione di fare), ma rafforzando la competitività dei paesi in deficit. Le misure fiscali varate fin qui lo fanno indirettamente attraverso la deflazione. Peccato che l'Europa abbia assolutamente bisogno di crescere. Le riforme strutturali per il rafforzamento della competitività sono dunque una via alternativa (o in alcuni casi complementare) alla mortificante compressione di prezzi e salari.
Ci sono almeno due buone ragioni per consolidare la dimensione europea di queste politiche. La prima è evitare di pestarsi i piedi. All'interno dell'area dell'euro, principale mercato di destinazione di tutti i paesi membri, se tutti non crescono più rapidamente, le esportazioni dell'uno vanno a scapito di quelle degli altri. La crescita delle esportazioni delle nazioni in deficit si tradurrebbe in un gioco a somma zero, spinto da politiche nazionali di tipo beggar-my-neighbour, ossia dannose per gli altri paesi.
La dimensione nazionale delle politiche diventa soprattutto rilevante nel momento in cui ci sono poche risorse, la crescita è scarsa e nonostante la necessità di exit strategy fiscali, i soldi del contribuente sono necessari per sostenere il sistema produttivo nazionale. La ricerca di nuova competitività post-crisi ha riportato alla ribalta l'intervento dello stato. L'esempio migliore di tentativo di rafforzare il sistema produttivo in chiave strettamente nazionale è la Francia, che ha varato una politica industriale d'indiscutibile grandeur, con obiettivi da dirigismo dei tempi perduti: un aumento del 25% della produzione industriale entro il 2015, una crescita di almeno due punti percentuali della quota nel valore aggiunto industriale europeo, il ritorno a una bilancia commerciale positiva, sempre nel 2015.
Certo, ogni nazione deve fare i conti con il saldo della propria bilancia dei pagamenti. Il dirigismo francese è la controparte da paese in deficit del virtuosismo fiscale da paese in surplus della Germania. Strategie opposte, entrambe non cooperative: appunto, beggar-my-neighbour, soprattutto se la domanda non riparte.
La seconda ragione per un coordinamento delle politiche strutturali è il mercato unico. Come ben messo in evidenza dal rapporto Monti, questo è un immenso patrimonio del progetto europeo, che ha ancora ampio spazio per aumentare.
Le imprese crescono in primo luogo sul mercato domestico e poi su quello dell'export. Il mercato unico è appunto un immenso mercato simil-domestico. Ma le barriere tra paesi, soprattutto nel settore dei servizi e nei sistemi di regole, dal mercato del lavoro a quello finanziario, ancora rallentano gli scambi. Il coordinamento delle riforme strutturali deve favorire l'abbattimento di queste barriere.
Politicamente è una strada ardua. Integrazione e mercato sono oggi parole impopolari in qualunque agenda elettorale. Ma perseguire solo il rigore fiscale e la deflazione è una ricetta sicura per allontanare definitivamente gli elettori dall'Europa.
Il commercio e l'aggiustamento degli squilibri dei conti con l'estero sarà un gioco a somma zero solo se l'economia non cresce. Rafforzare la competitività del Vecchio continente coordinando le politiche strutturali è l'unica via per riprendere ad allargare la torta per tutti.
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lunedì 10 maggio 2010
Categoria spaccata, basta con i privilegi
Lo speciale del Sole 24ore Sanità dedicato a Cosmofarma 2010 pubblica un intervento del Presidente del MNLF
In Italia le “arti” o corporazioni nacquero agli inizi del XII secolo, in pieno medioevo. Divise in “arti maggiori” (mercanti, banchieri) e “arti minori” (artigiani e commercianti), si suddividevano ulteriormente in tre classi: Maestri, Apprendisti, Garzoni.
La corporazione promuoveva l'interesse dei propri membri proteggendoli dalla concorrenza di altre città e da quella dei professionisti non appartenenti alla corporazione, monopolizzando il commercio, stabilendo orari uniformi per tutte le botteghe che producevano gli stessi manufatti e paghe uguali per i lavoratori che svolgevano la stessa attività.
Malgrado questo ferreo controllo, le corporazioni nel rinascimento erano quasi scomparse, a farle ritornare ci pensò il fascismo che, eliminando di fatto i sindacati, modulò proprio dal medioevo la nuova struttura sociale del lavoro.
Nell’anno domini 2010, in piena crisi, c’è chi pensa di rilanciare l’economia ritornando al XII secolo.
E’ di questo che ha bisogno il Paese, è di questo che ha bisogno la nostra categoria?
Domanda che è bene porre con maggiore frequenza, che gli stessi vertici della categoria abbiano in mente quando operano scelte che riguardano tutti i farmacisti italiani.
Nei giorni scorsi il Movimento Nazionale Liberi Farmacisti ha guidato una manifestazione a Roma dal titolo: Farmacista alza la testa! L’intento era quello di far sentire la voce di chi ritiene di non essere affatto rappresentato in questo momento. La voce di chi avverte in maniera nitida che si sta lavorando contro e non per lui. La maschera bianca indossata sul volto è il simbolo di questa sensazione d’anonimato davanti alle Istituzioni, sentirsi come dei fantasmi.
Gli esempi sono palesi e molteplici.
Qualcuno ha sentito alzarsi alta e forte la voce contro i licenziamenti degli informatori medico scientifici con la stessa forza con cui si sono difese le farmacie? Noi no.
Qualcuno ha visto affrontare con la dovuta serietà il problema del C.C.N.L. dei dipendenti di farmacia e il relativo spostamento nel comparto sanità così come si è lavorato per ampliare i servizi in farmacia? Noi no.
Qualcuno si è forse accorto di come i farmacisti ospedalieri siano usati strumentalmente un giorno sì e l’altro pure quando serve fare bella figura, per poi accusarli in maniera plateale e, lasciatecelo dire, anche “rozza”, d’essere responsabili di un ipotetico spreco negli ospedali? Noi sì.
Che dire poi del caso delle parafarmacie e dell’aperta opposizione che la FOFI sta facendo alle liberalizzazioni del 2006. E’ forse la Federazione degli Ordini un sindacato? Che la Federfarma si opponga a modifiche contrarie ai propri interessi o cerchi di restaurare quanto perso è assolutamente legittimo. Che lo faccia la FOFI è ampiamente opinabile, se non contrario ai propri doveri istituzionali che sono sempre quelli di rappresentare tutti i farmacisti italiani. I numerosi “giochetti” di dividere chi si oppone a questo stato di cose e al conservatorismo dilagante falliscono miseramente, compresa la storiella della pseudo-sanatoria, alimentata nei corridoi del Senato proprio da chi ora si dichiara fermamente contrario.
E ci si copre di ridicolo pretendendo d’imporre il nome a questi esercizi, empori sono certe farmacie in cui c’è di tutto tranne che il farmaco, come quelli per il dolore acuto.
E’ necessario allora chiedersi a chi giova questo stato continuo di conflittualità, dove si approfondisce di giorno in giorno la spaccatura verticale dei farmacisti italiani. Una spaccatura tra chi gode di tutti i vantaggi e chi viene umiliato costantemente nelle proprie speranze e nei propri sogni.
Vincenzo Devito
Presidente MNLF
In Italia le “arti” o corporazioni nacquero agli inizi del XII secolo, in pieno medioevo. Divise in “arti maggiori” (mercanti, banchieri) e “arti minori” (artigiani e commercianti), si suddividevano ulteriormente in tre classi: Maestri, Apprendisti, Garzoni.
La corporazione promuoveva l'interesse dei propri membri proteggendoli dalla concorrenza di altre città e da quella dei professionisti non appartenenti alla corporazione, monopolizzando il commercio, stabilendo orari uniformi per tutte le botteghe che producevano gli stessi manufatti e paghe uguali per i lavoratori che svolgevano la stessa attività.
Malgrado questo ferreo controllo, le corporazioni nel rinascimento erano quasi scomparse, a farle ritornare ci pensò il fascismo che, eliminando di fatto i sindacati, modulò proprio dal medioevo la nuova struttura sociale del lavoro.
Nell’anno domini 2010, in piena crisi, c’è chi pensa di rilanciare l’economia ritornando al XII secolo.
E’ di questo che ha bisogno il Paese, è di questo che ha bisogno la nostra categoria?
Domanda che è bene porre con maggiore frequenza, che gli stessi vertici della categoria abbiano in mente quando operano scelte che riguardano tutti i farmacisti italiani.
Nei giorni scorsi il Movimento Nazionale Liberi Farmacisti ha guidato una manifestazione a Roma dal titolo: Farmacista alza la testa! L’intento era quello di far sentire la voce di chi ritiene di non essere affatto rappresentato in questo momento. La voce di chi avverte in maniera nitida che si sta lavorando contro e non per lui. La maschera bianca indossata sul volto è il simbolo di questa sensazione d’anonimato davanti alle Istituzioni, sentirsi come dei fantasmi.
Gli esempi sono palesi e molteplici.
Qualcuno ha sentito alzarsi alta e forte la voce contro i licenziamenti degli informatori medico scientifici con la stessa forza con cui si sono difese le farmacie? Noi no.
Qualcuno ha visto affrontare con la dovuta serietà il problema del C.C.N.L. dei dipendenti di farmacia e il relativo spostamento nel comparto sanità così come si è lavorato per ampliare i servizi in farmacia? Noi no.
Qualcuno si è forse accorto di come i farmacisti ospedalieri siano usati strumentalmente un giorno sì e l’altro pure quando serve fare bella figura, per poi accusarli in maniera plateale e, lasciatecelo dire, anche “rozza”, d’essere responsabili di un ipotetico spreco negli ospedali? Noi sì.
Che dire poi del caso delle parafarmacie e dell’aperta opposizione che la FOFI sta facendo alle liberalizzazioni del 2006. E’ forse la Federazione degli Ordini un sindacato? Che la Federfarma si opponga a modifiche contrarie ai propri interessi o cerchi di restaurare quanto perso è assolutamente legittimo. Che lo faccia la FOFI è ampiamente opinabile, se non contrario ai propri doveri istituzionali che sono sempre quelli di rappresentare tutti i farmacisti italiani. I numerosi “giochetti” di dividere chi si oppone a questo stato di cose e al conservatorismo dilagante falliscono miseramente, compresa la storiella della pseudo-sanatoria, alimentata nei corridoi del Senato proprio da chi ora si dichiara fermamente contrario.
E ci si copre di ridicolo pretendendo d’imporre il nome a questi esercizi, empori sono certe farmacie in cui c’è di tutto tranne che il farmaco, come quelli per il dolore acuto.
E’ necessario allora chiedersi a chi giova questo stato continuo di conflittualità, dove si approfondisce di giorno in giorno la spaccatura verticale dei farmacisti italiani. Una spaccatura tra chi gode di tutti i vantaggi e chi viene umiliato costantemente nelle proprie speranze e nei propri sogni.
Vincenzo Devito
Presidente MNLF
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lunedì 25 gennaio 2010
Parafarmacie penalizzate dai distributori intermedi
La Federazione Esercizi Farmaceutici, raccogliendo le numerose segnalazioni provenienti da tutto il territorio nazionale, denuncia lo stato di grave alterazione del mercato dei farmaci da banco provocata dal comportamento di alcuni distributori intermedi nei confronti delle parafarmacie.
A quasi quattro anni dall’approvazione del decreto Bersani e dopo condanne e pronunce dell’Antitrust ci sono ancora aziende che si rifiutano di fornire SOP e OTC agli esercizi di vicinato. In particolare il fenomeno più diffuso è quello d’imporre condizioni di fornitura che, di fatto, negano alle parafarmacie la possibilità di competere ad armi pari nel mercato. Contratti modificati unilateralmente dall’oggi al domani, margini di ricavo irrisori, pagamenti alla consegna o in tempi brevissimi, minimo d’ordine giornaliero e mensile, sono solo alcuni esempi di un rapporto da sempre difficile con i grossisti di farmaci. Tutte condizioni che non sono applicate alle farmacie o a quelle parafarmacie la cui proprietà afferisce ad un titolare di farmacia, determinando praticamente l’impossibilità per le parafarmacie autonome di competere ad armi pari.
Al fine di tutelare questi esercizi, ma anche i consumatori che risultano penalizzati da un minor livello di concorrenza è stata inviata una segnalazione all’Antitrust.
La F.E.F. ha anche inoltrato una nota all’Associazione che riunisce i distributori intermedi dei farmaci (A.D.F.) ricordando l’obbligo di legge per i distributori di rifornire anche gli esercizi di vicinato e richiedendo un intervento presso i propri associati. Registrando positivamente la volontà del Presidente dell’A.D.F. di evidenziare il malessere dei farmacisti titolari di parafarmacia presso i propri associati, la F.E.F. si augura che l’atteggiamento di chiusura nei confronti delle parafarmacie muti radicalmente e venga riconosciuta loro pari dignità.
A quasi quattro anni dall’approvazione del decreto Bersani e dopo condanne e pronunce dell’Antitrust ci sono ancora aziende che si rifiutano di fornire SOP e OTC agli esercizi di vicinato. In particolare il fenomeno più diffuso è quello d’imporre condizioni di fornitura che, di fatto, negano alle parafarmacie la possibilità di competere ad armi pari nel mercato. Contratti modificati unilateralmente dall’oggi al domani, margini di ricavo irrisori, pagamenti alla consegna o in tempi brevissimi, minimo d’ordine giornaliero e mensile, sono solo alcuni esempi di un rapporto da sempre difficile con i grossisti di farmaci. Tutte condizioni che non sono applicate alle farmacie o a quelle parafarmacie la cui proprietà afferisce ad un titolare di farmacia, determinando praticamente l’impossibilità per le parafarmacie autonome di competere ad armi pari.
Al fine di tutelare questi esercizi, ma anche i consumatori che risultano penalizzati da un minor livello di concorrenza è stata inviata una segnalazione all’Antitrust.
La F.E.F. ha anche inoltrato una nota all’Associazione che riunisce i distributori intermedi dei farmaci (A.D.F.) ricordando l’obbligo di legge per i distributori di rifornire anche gli esercizi di vicinato e richiedendo un intervento presso i propri associati. Registrando positivamente la volontà del Presidente dell’A.D.F. di evidenziare il malessere dei farmacisti titolari di parafarmacia presso i propri associati, la F.E.F. si augura che l’atteggiamento di chiusura nei confronti delle parafarmacie muti radicalmente e venga riconosciuta loro pari dignità.
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domenica 17 gennaio 2010
Catricalà:difficile resistere alla forza delle corporazioni
"Fanno bene i consumatori a progettare di rivolgersi all’Arbitro di Bankitalia sulla commissione di massimo scoperto prima di agire con la class action”.
Così il presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato Antonio Catricalà commenta l'iniziativa annunciata dalle associazioni di consumatori Adiconsum, Adoc e Lega Consumatori. In una lunga intervista rilasciata a SKY TG24 Economia, Catricalà spiega: "Sulla commissione di massimo scoperto abbiamo avuto modo di lamentarci perché anche se dalla nostra istruttoria è emerso che le banche non hanno fatto illeciti antitrust, quello che la legge si proponeva, cioè sostanzialmente un calo dei costi per i risparmiatori, non è avvenuto".
In generale sulla class action il presidente dell'Antitrust ha detto che è "già un miracolo che l'abbiamo avuta" perché il clima generale non sembrava favorevole, anche se "con una limitazione nell'efficacia, che non è retroattiva e una sul risarcimento dei danni; però - ha sottolineato il presidente dell’Antitrust - ci siamo noi che possiamo punire con le sanzioni". Nella lunga intervista rilasciata a Sarah Varetto, Catricalà ha sottolineato le difficoltà dell’Antitrust nel "riuscire a sostenere la forza delle corporazioni" che si oppongono all'apertura del mercato. Le liberalizzazioni "non hanno subito l'accelerazione che noi avevamo auspicato – ha proseguito Catricalà.
Guarda l'intervista a SKYTG24
Così il presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato Antonio Catricalà commenta l'iniziativa annunciata dalle associazioni di consumatori Adiconsum, Adoc e Lega Consumatori. In una lunga intervista rilasciata a SKY TG24 Economia, Catricalà spiega: "Sulla commissione di massimo scoperto abbiamo avuto modo di lamentarci perché anche se dalla nostra istruttoria è emerso che le banche non hanno fatto illeciti antitrust, quello che la legge si proponeva, cioè sostanzialmente un calo dei costi per i risparmiatori, non è avvenuto".
In generale sulla class action il presidente dell'Antitrust ha detto che è "già un miracolo che l'abbiamo avuta" perché il clima generale non sembrava favorevole, anche se "con una limitazione nell'efficacia, che non è retroattiva e una sul risarcimento dei danni; però - ha sottolineato il presidente dell’Antitrust - ci siamo noi che possiamo punire con le sanzioni". Nella lunga intervista rilasciata a Sarah Varetto, Catricalà ha sottolineato le difficoltà dell’Antitrust nel "riuscire a sostenere la forza delle corporazioni" che si oppongono all'apertura del mercato. Le liberalizzazioni "non hanno subito l'accelerazione che noi avevamo auspicato – ha proseguito Catricalà.
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domenica 20 dicembre 2009
Speranza e rassegnazione
Di Fabio Romiti
La rassegnazione, dice Romano Prodi (Il Messaggero, 29/11/2009), è un sentimento che non porta a nulla perché impedisce di scorgere la realtà e le forze positive che pur esistono anche nella nostra società.
Ha ragione da vendere il professore, ma i segnali che circondano la nostra quotidianità dicono esattamente il contrario e giustificano, almeno in parte, questo “sentire” comune.
Qualche ragione ci sarà se l’Italia è al 49° posto per competitività, se il 44% dei padri architetti ha un figlio laureato in architettura e lo stesso accade per avvocati e farmacisti.
L’avrà qualche problema un Paese che prova a mettere nero su bianco con i sindacati la pratica dei “passaggi generazionali interni”, dove il padre lascia il posto al proprio figlio come accade alla Banca di Credito Cooperativo di Roma, alla Popolare di Milano, all’Enel, alle Poste e in centinaia di altre attività produttive (Il Mondo, 11/12/2009).
Qualche “dubbio” sorgerà spontaneo in una società ove la raccomandazione è considerata prassi consolidata e dirigenti pubblici, presidenti delle municipalizzate, rettori universitari, dirigenti sanitari e persino i primari degli ospedali sono scelti per appartenenza politica.
Avrà pur qualche ragione, almeno nell’intento provocatorio, il direttore generale della Luiss, Pier Luigi Celli, quando suggerisce al proprio figlio di andarsene dall’Italia a fronte di una “emorragia” continua di cervelli.
Siamo d’accordo, la rassegnazione non porta a nulla, ma come spiegarlo al precario, al ricercatore licenziato, all’operaio in cassa integrazione.
Quando intere generazioni di farmacisti, avvocati, architetti, ingegneri sentono “l’inutilità” dei propri studi, dei propri sacrifici e di quelli della propria famiglia perché il peso degli interessi corporativi li ha confinati ai margini della professione, allora è facile che la rassegnazione si faccia largo, che la speranza che qualcosa cambi venga meno.
Qualcuno, il Censis, dice che siamo una società di “replicanti”, senza illusioni, continuamente ripiegati su noi stessi, in “apnea”.
Il più grosso errore che si può fare è quello di sottovalutare questo sentimento comune, esso è assai più radicato di quanto si creda ed è forse la ragione profonda del perché buona parte dei cittadini italiani ha una visione pessimistica del proprio futuro.
Non c’è speranza in queste persone, o almeno non ve n’é la percezione.
Manca un disegno in grado di ridare fiducia, manca un progetto complessivo di società aperta alle capacità, una società che ponga tutti i cittadini nelle condizioni di cogliere qualsiasi opportunità i propri meriti e le proprie conoscenze consentano loro.
La maggioranza degli italiani è stanca di tutto ciò, è stanca del peso di lobby e corporazioni, è stanca del peso che gli interessi particolari hanno su quelli generali ed aspetta da tempo qualcuno che gli dica: questo è il nostro progetto di riforma della società, questo è il modo con cui intendiamo ridare speranza al Paese.
Non slogan, non parole d’ordine, ma obiettivi tangibili, facilmente verificabili, senza mediazioni al ribasso, senza tentennamenti dell’ultima ora.
E’ bene saperlo, i cambiamenti profondi necessitano anche di modifiche radicali, di rinunce e di scelte che immancabilmente possono creare divisioni.
C’è un prezzo da pagare e ci vuole coraggio. Coraggio nel concepire i progetti di riforma e coraggio nel dire chiaramente, una volta definita la linea, che chi non la condivide è fuori.
I referenti dei partiti non sono gli eletti, ma gli elettori.
Sono loro che attraverso il voto, determinano la condivisione delle scelte, sono loro a giudicare se la politica perseguita è quella giusta.
Non c’è solo un’onda là fuori, c’è una “marea” di persone che aspettano il proprio riscatto e chiedono di rimettere in moto quell’ascensore sociale fuori uso da troppo tempo.
Queste persone vogliono tornare ad avere speranza. Basta dare loro un motivo per averla.
La rassegnazione, dice Romano Prodi (Il Messaggero, 29/11/2009), è un sentimento che non porta a nulla perché impedisce di scorgere la realtà e le forze positive che pur esistono anche nella nostra società.
Ha ragione da vendere il professore, ma i segnali che circondano la nostra quotidianità dicono esattamente il contrario e giustificano, almeno in parte, questo “sentire” comune.
Qualche ragione ci sarà se l’Italia è al 49° posto per competitività, se il 44% dei padri architetti ha un figlio laureato in architettura e lo stesso accade per avvocati e farmacisti.
L’avrà qualche problema un Paese che prova a mettere nero su bianco con i sindacati la pratica dei “passaggi generazionali interni”, dove il padre lascia il posto al proprio figlio come accade alla Banca di Credito Cooperativo di Roma, alla Popolare di Milano, all’Enel, alle Poste e in centinaia di altre attività produttive (Il Mondo, 11/12/2009).
Qualche “dubbio” sorgerà spontaneo in una società ove la raccomandazione è considerata prassi consolidata e dirigenti pubblici, presidenti delle municipalizzate, rettori universitari, dirigenti sanitari e persino i primari degli ospedali sono scelti per appartenenza politica.
Avrà pur qualche ragione, almeno nell’intento provocatorio, il direttore generale della Luiss, Pier Luigi Celli, quando suggerisce al proprio figlio di andarsene dall’Italia a fronte di una “emorragia” continua di cervelli.
Siamo d’accordo, la rassegnazione non porta a nulla, ma come spiegarlo al precario, al ricercatore licenziato, all’operaio in cassa integrazione.
Quando intere generazioni di farmacisti, avvocati, architetti, ingegneri sentono “l’inutilità” dei propri studi, dei propri sacrifici e di quelli della propria famiglia perché il peso degli interessi corporativi li ha confinati ai margini della professione, allora è facile che la rassegnazione si faccia largo, che la speranza che qualcosa cambi venga meno.
Qualcuno, il Censis, dice che siamo una società di “replicanti”, senza illusioni, continuamente ripiegati su noi stessi, in “apnea”.
Il più grosso errore che si può fare è quello di sottovalutare questo sentimento comune, esso è assai più radicato di quanto si creda ed è forse la ragione profonda del perché buona parte dei cittadini italiani ha una visione pessimistica del proprio futuro.
Non c’è speranza in queste persone, o almeno non ve n’é la percezione.
Manca un disegno in grado di ridare fiducia, manca un progetto complessivo di società aperta alle capacità, una società che ponga tutti i cittadini nelle condizioni di cogliere qualsiasi opportunità i propri meriti e le proprie conoscenze consentano loro.
La maggioranza degli italiani è stanca di tutto ciò, è stanca del peso di lobby e corporazioni, è stanca del peso che gli interessi particolari hanno su quelli generali ed aspetta da tempo qualcuno che gli dica: questo è il nostro progetto di riforma della società, questo è il modo con cui intendiamo ridare speranza al Paese.
Non slogan, non parole d’ordine, ma obiettivi tangibili, facilmente verificabili, senza mediazioni al ribasso, senza tentennamenti dell’ultima ora.
E’ bene saperlo, i cambiamenti profondi necessitano anche di modifiche radicali, di rinunce e di scelte che immancabilmente possono creare divisioni.
C’è un prezzo da pagare e ci vuole coraggio. Coraggio nel concepire i progetti di riforma e coraggio nel dire chiaramente, una volta definita la linea, che chi non la condivide è fuori.
I referenti dei partiti non sono gli eletti, ma gli elettori.
Sono loro che attraverso il voto, determinano la condivisione delle scelte, sono loro a giudicare se la politica perseguita è quella giusta.
Non c’è solo un’onda là fuori, c’è una “marea” di persone che aspettano il proprio riscatto e chiedono di rimettere in moto quell’ascensore sociale fuori uso da troppo tempo.
Queste persone vogliono tornare ad avere speranza. Basta dare loro un motivo per averla.
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mercoledì 14 ottobre 2009
Perchè è caduto l'oblio sulle liberalizzazioni?
Articolo pubblicato da MF martedì 13 ottobre 2009 a firma di Antonio Lirosi (ex Mister Prezzi e diretto collaboratore di Pierluigi Bersani durante le liberalizzazioni) co-autore insieme a Enrico Cinotti (giornalista de "Il Salvagente") del libro "L'Assedio"
Perché si parla poco di liberalizzazioni? Sembra che tutti si siano dimenticati sia dei risultati e delle incompiute dell’azione del Governo Prodi, sia dell’attuale esigenza di incrementare la concorrenza nei servizi. Eppure fino a qualche anno fa ogni giorno Confindustria, economisti ed editorialisti invocavano a gran voce le liberalizzazioni. Insomma per i portatori di interessi organizzati e per la politica, compreso il centro-sinistra che potrebbe rivendicare almeno il merito di quel che si è fatto finora, questo argomento non sembra più importante. Eppure il nostro Paese avrebbe bisogno di proseguire la svolta avviata dalle lenzuolate di Bersani che riuscì, con una risicata maggioranza, a far diventare legge dello Stato una trentina di disposizioni volte a ridurre monopoli, privilegi corporativi e vessazioni. Così come oggi ci sarebbe ancora bisogno di contribuire all’equità sociale e di espandere il merito e le opportunità specie ai giovani meno fortunati che non hanno alle spalle una famiglia di professionisti. Questa è una delle questioni che limitano la mobilità sociale, il termine che all’improvviso è piombato nell’attualità del dibattito, forse solo per tattica o per un’esigenza di aggiornamento del lessico politico, visto che le proposte di legge sul tema delle professioni vanno tutte in direzione opposta. Sono più di dieci quelle all’esame della Commissione Giustizia ed è indicativo che, dopo oltre settanta anni dalla nascita dell’attuale impianto normativo, sia ancora la “Giustizia” ad occuparsene in Parlamento e nel Governo. Il Paese aspetta da molti anni una riforma in chiave liberale degli ordini professionali nel senso di favorire l’accesso alla professione delle nuove generazioni, di rendere dignitoso e abilitante il tirocinio, di assicurare trasparenza ed efficacia all’azione di vigilanza degli Ordini, il cui ruolo dovrebbe essere orientato agli interessi generali. Al Senato poi le lancette dell’orologio hanno ripreso sul serio a girare all’indietro per quanto attiene la riforma della professione forense, come ha puntualmente denunciato l’Antitrust. Si vuole chiudere il recinto: ripristino della tariffe obbligatorie, nuove esclusive, barriera di accesso più elevate, uso limitato della pubblicità. Questa deriva di stampo corporativo si è messa in moto perché è successo che giovani avvocati (forse sarebbe più appropriato parlare di avvocati non affermati), da quando sono entrate a regime le norme del 2006, riescono ad ottenere da grandi committenti incarichi di lavoro grazie al fatto che possono offrire tariffe scontate e usano la pubblicità per farsi conoscere. Non poche cose sono cambiate con quella stagione di liberalizzazioni che sembravano impossibili a realizzarsi. Ne “L’Assedio”, oltre al backstage delle due lenzuolate di Bersani (la terza si arenò in Parlamento per la crisi di quella maggioranza di governo), viene fornito un aggiornamento sullo stato dell’arte e sui risparmi conseguiti per i consumatori. Ci riferisce ai 2 miliardi che i titolari delle schede telefoniche hanno recuperato con l’eliminazione delle spese di ricarica; alla scomparsa delle penali nei mutui, che probabilmente ha incrementato il numero delle famiglie che hanno estinto il mutuo nel moneto in cui la rata era diventata insostenibile (nel 2008 sono stati circa 480.000 i mutuatari che hanno finito di pagare il mutuo ottenendo la cancellazione dell’ipoteca senza bisogno di rivolgersi ad un notaio); agli oltre 2 milioni di correntisti che ogni anno cambiano banca senza essere costrette a versare l’obolo delle commissioni fisse di chiusura. Anche la portabilità dei mutui, dopo tante resistenze, ha prodotto risultati nel corso degli ultimi dodici mesi: secondo l’ABI, sono stati 36.000 i mutui trasferiti (ogni giorno si concludono circa 90 operazioni di portabilità). E cambiando settore, parlando del commercio, si può notare l’apertura di nuovi forni, molto spesso all’interno di esercizi della grande distribuzione, dopo la liberalizzazione delle licenze di panificazione, così come sono diventate più frequenti e massicce, specie in questa lunga fase di crisi dei consumi, le vendite promozionali a seguito della piena libertà nel praticare sconti concessa a negozi e supermercati. Allora perché offuscare o non ricordare a sufficienza tutto questo? Perché non riprendere il processo delle liberalizzazioni che invece dovrebbe essere un cantiere sempre aperto? Per motivi politici, per pressioni corporative o perché il fronte del consenso dei potenziali beneficiari non è sufficientemente rappresentato nei partiti? E se si fa passare il messaggio che tutte le liberalizzazioni stanno per essere seppellite, si offre anche un’eccezionale arma mediatica alle lobby che trovano terreno fertile per i loro intendimenti. Così facendo si alimenta pure il luogo comune che in Italia nulla può cambiare. Certo l’opinione pubblica è scoraggiata perché si accorge sia delle resistenze al cambiamento, sia dell’azione lobbistica che trova sponda in alcuni personaggi politici. Per esempio, nei mesi scorsi si è tentato di cancellare l’esperienza delle tremila parafarmacie nate dopo la liberalizzazione dei medicinali da banco e che finora ha eroso soltanto il 2% del monopolio detenuto dalle farmacie convenzionate con il SSN. Quest’ultime, dopo un recente decreto del Governo, vedono espandere la loro attività nel campo sanitario e diagnostico, mentre dall’altro lato il processo di apertura del mercato non si consolida mettendo in concorrenza anche la vendita degli altri farmaci che i consumatori pagano di tasca propria. Al momento l’unico tentativo riuscito di rivedere le norme Bersani riguarda il ripristino delle polizze pluriennali contenuto nella legge n. 99/2009. Infine l’azione del Governo ha finora prodotto due interventi di liberalizzazione che erano rimasti incompiuti nella passata legislatura: servizi pubblici locali e distribuzione dei carburanti. Al momento però sono rimasti solo sulla carta. Il primo perché la versione legislativa approvata con la manovra estiva del 2008 si è rilevata non incisiva, tanto che il Governo ha provveduto a riscriverla interamente con una nuova disposizione inserita nel decreto-legge c.d. salva infrazione. Il secondo perché le disposizioni varate per superare la procedura di infrazione comunitaria lasciano alle regioni la facoltà di subordinare l’apertura di nuovi impianti di distribuzione di carburanti alla contestuale fornitura di gpl e metano. Insomma l’agenda rimane sostanzialmente scarna.
Perché si parla poco di liberalizzazioni? Sembra che tutti si siano dimenticati sia dei risultati e delle incompiute dell’azione del Governo Prodi, sia dell’attuale esigenza di incrementare la concorrenza nei servizi. Eppure fino a qualche anno fa ogni giorno Confindustria, economisti ed editorialisti invocavano a gran voce le liberalizzazioni. Insomma per i portatori di interessi organizzati e per la politica, compreso il centro-sinistra che potrebbe rivendicare almeno il merito di quel che si è fatto finora, questo argomento non sembra più importante. Eppure il nostro Paese avrebbe bisogno di proseguire la svolta avviata dalle lenzuolate di Bersani che riuscì, con una risicata maggioranza, a far diventare legge dello Stato una trentina di disposizioni volte a ridurre monopoli, privilegi corporativi e vessazioni. Così come oggi ci sarebbe ancora bisogno di contribuire all’equità sociale e di espandere il merito e le opportunità specie ai giovani meno fortunati che non hanno alle spalle una famiglia di professionisti. Questa è una delle questioni che limitano la mobilità sociale, il termine che all’improvviso è piombato nell’attualità del dibattito, forse solo per tattica o per un’esigenza di aggiornamento del lessico politico, visto che le proposte di legge sul tema delle professioni vanno tutte in direzione opposta. Sono più di dieci quelle all’esame della Commissione Giustizia ed è indicativo che, dopo oltre settanta anni dalla nascita dell’attuale impianto normativo, sia ancora la “Giustizia” ad occuparsene in Parlamento e nel Governo. Il Paese aspetta da molti anni una riforma in chiave liberale degli ordini professionali nel senso di favorire l’accesso alla professione delle nuove generazioni, di rendere dignitoso e abilitante il tirocinio, di assicurare trasparenza ed efficacia all’azione di vigilanza degli Ordini, il cui ruolo dovrebbe essere orientato agli interessi generali. Al Senato poi le lancette dell’orologio hanno ripreso sul serio a girare all’indietro per quanto attiene la riforma della professione forense, come ha puntualmente denunciato l’Antitrust. Si vuole chiudere il recinto: ripristino della tariffe obbligatorie, nuove esclusive, barriera di accesso più elevate, uso limitato della pubblicità. Questa deriva di stampo corporativo si è messa in moto perché è successo che giovani avvocati (forse sarebbe più appropriato parlare di avvocati non affermati), da quando sono entrate a regime le norme del 2006, riescono ad ottenere da grandi committenti incarichi di lavoro grazie al fatto che possono offrire tariffe scontate e usano la pubblicità per farsi conoscere. Non poche cose sono cambiate con quella stagione di liberalizzazioni che sembravano impossibili a realizzarsi. Ne “L’Assedio”, oltre al backstage delle due lenzuolate di Bersani (la terza si arenò in Parlamento per la crisi di quella maggioranza di governo), viene fornito un aggiornamento sullo stato dell’arte e sui risparmi conseguiti per i consumatori. Ci riferisce ai 2 miliardi che i titolari delle schede telefoniche hanno recuperato con l’eliminazione delle spese di ricarica; alla scomparsa delle penali nei mutui, che probabilmente ha incrementato il numero delle famiglie che hanno estinto il mutuo nel moneto in cui la rata era diventata insostenibile (nel 2008 sono stati circa 480.000 i mutuatari che hanno finito di pagare il mutuo ottenendo la cancellazione dell’ipoteca senza bisogno di rivolgersi ad un notaio); agli oltre 2 milioni di correntisti che ogni anno cambiano banca senza essere costrette a versare l’obolo delle commissioni fisse di chiusura. Anche la portabilità dei mutui, dopo tante resistenze, ha prodotto risultati nel corso degli ultimi dodici mesi: secondo l’ABI, sono stati 36.000 i mutui trasferiti (ogni giorno si concludono circa 90 operazioni di portabilità). E cambiando settore, parlando del commercio, si può notare l’apertura di nuovi forni, molto spesso all’interno di esercizi della grande distribuzione, dopo la liberalizzazione delle licenze di panificazione, così come sono diventate più frequenti e massicce, specie in questa lunga fase di crisi dei consumi, le vendite promozionali a seguito della piena libertà nel praticare sconti concessa a negozi e supermercati. Allora perché offuscare o non ricordare a sufficienza tutto questo? Perché non riprendere il processo delle liberalizzazioni che invece dovrebbe essere un cantiere sempre aperto? Per motivi politici, per pressioni corporative o perché il fronte del consenso dei potenziali beneficiari non è sufficientemente rappresentato nei partiti? E se si fa passare il messaggio che tutte le liberalizzazioni stanno per essere seppellite, si offre anche un’eccezionale arma mediatica alle lobby che trovano terreno fertile per i loro intendimenti. Così facendo si alimenta pure il luogo comune che in Italia nulla può cambiare. Certo l’opinione pubblica è scoraggiata perché si accorge sia delle resistenze al cambiamento, sia dell’azione lobbistica che trova sponda in alcuni personaggi politici. Per esempio, nei mesi scorsi si è tentato di cancellare l’esperienza delle tremila parafarmacie nate dopo la liberalizzazione dei medicinali da banco e che finora ha eroso soltanto il 2% del monopolio detenuto dalle farmacie convenzionate con il SSN. Quest’ultime, dopo un recente decreto del Governo, vedono espandere la loro attività nel campo sanitario e diagnostico, mentre dall’altro lato il processo di apertura del mercato non si consolida mettendo in concorrenza anche la vendita degli altri farmaci che i consumatori pagano di tasca propria. Al momento l’unico tentativo riuscito di rivedere le norme Bersani riguarda il ripristino delle polizze pluriennali contenuto nella legge n. 99/2009. Infine l’azione del Governo ha finora prodotto due interventi di liberalizzazione che erano rimasti incompiuti nella passata legislatura: servizi pubblici locali e distribuzione dei carburanti. Al momento però sono rimasti solo sulla carta. Il primo perché la versione legislativa approvata con la manovra estiva del 2008 si è rilevata non incisiva, tanto che il Governo ha provveduto a riscriverla interamente con una nuova disposizione inserita nel decreto-legge c.d. salva infrazione. Il secondo perché le disposizioni varate per superare la procedura di infrazione comunitaria lasciano alle regioni la facoltà di subordinare l’apertura di nuovi impianti di distribuzione di carburanti alla contestuale fornitura di gpl e metano. Insomma l’agenda rimane sostanzialmente scarna.
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