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sabato 19 giugno 2010

Dove è finito Robin Hood

Manifestazione del Pd contro la manovra. Palaeur, Roma

Bersani sul Ministro dell'economia Giulio Tremonti: "Voglio vederlo Robin Hood... che fine ha fatto?". Qualcuno dalla platea suggerisce: "Si è perso". Bersani chiosa: "Sì, si è perso nella foresta di Sherwood. Parla di liberalizzazioni, ma perché non discute della nostra proposta? Perché uno che vuole aprire una parafarmacia deve aspettare la riforma dell'articolo 41 della Costituzione? Vediamo cosa fa Robin Hood".
"Dice che bisogna fermare la globalizzazione... Provaci tu! Come vogliamo fare? Mettendo le ampolle di Bossi nel Pacifico? O con la formula Dio-patria-famiglia?".

lunedì 7 giugno 2010

Imprese e burocrazia. Liberi tutti, dalla realtà

da http://www.epistemes.org/


Il ministro dell’Economia ed il premier nei giorni scorsi hanno lanciato l’ipotesi di una profonda liberalizzazione dei regimi autorizzativi alla creazione e gestione d’impresa, da attuarsi addirittura (ed incomprensibilmente) con un intervento sulla prima parte della Costituzione, segnatamente l’articolo 41. Pare proprio che, di rodomontata in rodomontata, l’esito sia destinato a non variare. Vediamo il perché.

In primo luogo, l’idea è un vecchio cavallo di battaglia tremontiano, o almeno del primo Tremonti, quello del libro “Lo stato criminogeno” e del Libro Bianco sul Fisco del 1994; come noto, quel Tremonti è persona diversa da quella che durante l’attuale crisi finanziaria ammoniva che è tempo di dire basta al “liberismo sfrenato” (che in Italia non è mai esistito, ma fa lo stesso), e che lo stato “deve tornare a fare lo stato”. Oggi, di fronte ad una crisi drammatica malgrado le quotidiane professioni di ottimismo, e ad un paese che non intende crescere, ingabbiato com’è da una legislazione pervasiva ed occhiuta oltre che da una classe politica drammaticamente inadeguata ai tempi, si torna a ipotizzare il “liberi tutti”. Sfortunatamente, lo si fa guardando più agli effetti speciali che alla sostanza.

Il riferimento ad un articolo della prima parte della Costituzione è già un notevole passo falso. Cosa andrebbe emendato, nel caso? Siamo ragionevolmente certi che non andrebbe soppresso il secondo punto di quell’articolo, per il quale l’iniziativa economica privata “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana“. E quindi, che resta? Il terzo: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali“. Ancora più generico, indeterminato ed indeterminabile. Come è possibile modificare un principio costituzionale generale, e per ciò stesso astrattamente “alto e nobile”, oltre che fortemente interconnesso ad altri articoli della Carta, ai soli fini di una modifica della legislazione ordinaria sui regimi autorizzativi allo stabilimento e gestione della continuità d’impresa resta un mistero. E soprattutto, quale sarebbe il senso di una modifica costituzionale (che peraltro richiede molto tempo) per applicare un regime transitorio della durata di “due-tre anni“?

Forse il problema sta nel famigerato Titolo V della Costituzione, quello che ha tentato di definire le materie di competenza esclusiva e concorrente tra Stato da una parte e regioni dall’altra? Ma se le cose stanno in questi termini si dovrebbe agire là, cioè sulla seconda parte della Carta, non certo sulla prima. Il problema è la potestà legislativa concorrente tra stato e regioni, così come disciplinata dall’articolo 117 della Costituzione. Esiste, ad esempio, una legislazione concorrente riguardo, tra le altre cose, tutela e sicurezza del lavoro. Vogliamo deregolamentare questa? Non servirebbe a nulla, diciamolo subito, perché comunque lo stato non potrebbe accettare situazioni regionali “vietnamite”, ma se la risposta è affermativa basta agire sull’articolo 117.

Pare che il problema della resistenza alla liberalizzazione economica siano improvvisamente diventate le regioni, stataliste e frenatrici. Ma se le cose stanno davvero in questi termini e se occorrono leggi nazionali per sbloccare la forza della conservazione localistica, a che serve agognare il federalismo, non solo quello fiscale? Naturalmente queste obiezioni neppure scalfiscono le granitiche certezze della Lega, che ha votato ad inizio legislatura l’abrogazione della maggiore imposta federalista presente nel nostro ordinamento fiscale, e che si accinge a votare una manovra correttiva che riduce ulteriormente l’autonomia impositiva locale. Ricordate il famoso “piano casa” governativo, quello che doveva servire a ricavare “un locale in più per i figli”? E’ fallito, come ammette lo stesso Tremonti. Sempre colpa delle regioni? Ma non si era detto che, al crescere del numero dei governatori del centrodestra, ci sarebbe stato un effetto virtuoso di trasmissione dal centro alla periferia degli impulsi deregolatori? Pare di no, se qualcuno nel Pdl questo benedetto “locale in più per i figli” vuol farlo rientrare dalla finestra di un condono, l’ennesimo. L’Italia è una repubblica fondata sullo stato di necessità, si direbbe. Certamente fondata sull’improvvisazione e sull’assenza di visione sistemica, l’unica skill richiesta al legislatore, oggi.

Tornando e restando al nuovo spin tremontiano, come si concilia questa improvvisa conversione ideologica sulla via della libertà d’iniziativa economica con la produzione legislativa di una maggioranza che sta demolendo sistematicamente la libertà d’impresa nel settore di farmacie e parafarmacie e sta aumentando drammaticamente la “riserva” di attività a favore degli iscritti all’Ordine degli avvocati, e non solo? Non è dato sapere. Ancora, il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, quello a cui brillano gli occhi davanti a pire di leggi ormai da tempo disapplicate, si dice pronto a preparare una legge per “aprire un’impresa in un giorno”. Ottimo, anche se tardivo e già sentito da almeno un quindicennio. Però il problema non è l’apertura, ma il funzionamento. A che mi serve aprire un’impresa in un giorno se poi devo venire perseguitato con accertamenti successivi, giacché i medesimi verrebbero spostati a valle del fatidico startup? E a che mi serve aprire un’impresa in un giorno se non riesco a tutelare i miei crediti, con una giustizia civile in stato comatoso? Le metriche, in quest’ultimo caso, non accennano a migliorare in nessun distretto giudiziario: la tutela dei diritti di proprietà in questo paese resta affidata al caso.

Ancora: il premier denuncia “l’oppressione fiscale”. E noi con lui, almeno per quelli che non sono in grado giocare con l’Iva. Ma, parlando di oppressione fiscale, ha provato a leggersi quanto è previsto al riguardo nella manovra correttiva? L’impressione è che governo e maggioranza facciano due parti in commedia, stante l’assenza di un’opposizione senziente. La strada per le riforme non passa per una qualche improbabile “rivincita” ideologica sulla prima parte della Costituzione, ma sulla legislazione ordinaria e, in negativo, sull’assenza di grandi scelte dall’inizio della legislatura. Perché “c’è la crisi, ma quando finirà vedrete quanto faremo”. E questa crisi, che appare e scompare a seconda delle convenienze, ci lascia in eredità l’assoluto immobilismo di un esecutivo che continua a non realizzare che questo paese è in svantaggio strutturale sul resto dei paesi con i quali ci confrontiamo. Ma la narrativa resta sempre quella: è colpa dei sindacati, dell’opposizione, della Costituzione che non ci permette di lavorare. La mitologia dell’”agente ostruente esterno” pare suonare ancora convincente, alle orecchie della maggioranza dell’elettorato. Non a quelle dei mercati, però.

martedì 25 maggio 2010

Quei tagli sull'agenda della competitività

di Giorgio Barba Navaretti
pubblicato sul Sole 24ore

L'equilibrio futuro dell'area dell'euro dipenderà in buona misura dal commercio estero. Solo la capacità diffusa di produrre ed esportare beni e servizi può determinare la coesione di lungo periodo dei paesi membri. Per questo motivo il patto di stabilità non può limitarsi a rimettere i conti in ordine, a estendere la Schuldenbremse tedesca, il vincolo costituzionale ai deficit pubblici, ma deve aprire a riforme strutturali che rafforzino la competitività complessiva dell'Unione e il rilancio della crescita della regione.

Parlare di mercato del lavoro, liberalizzazioni delle professioni, investimenti in capitale umano, riforma della burocrazia e supporto alle imprese mentre Atene brucia e l'euro scivola potrebbe apparire paradossale, ma così non è.
La radice del progetto dell'euro non è solo monetaria ma affonda nell'economia reale, è complementare al mercato unico: ridurre le barriere agli scambi nell'area. E la crisi dell'euro deriva da una diversa capacità competitiva dei paesi membri, non solo da una gestione malaccorta dei conti pubblici. Grecia e a seguire Portogallo e Spagna hanno deficit molto elevati dei conti con l'estero. L'aggiustamento di questi squilibri non si risolve solo rilanciando la domanda tedesca (cosa che comunque Berlino ha poca intenzione di fare), ma rafforzando la competitività dei paesi in deficit. Le misure fiscali varate fin qui lo fanno indirettamente attraverso la deflazione. Peccato che l'Europa abbia assolutamente bisogno di crescere. Le riforme strutturali per il rafforzamento della competitività sono dunque una via alternativa (o in alcuni casi complementare) alla mortificante compressione di prezzi e salari.
Ci sono almeno due buone ragioni per consolidare la dimensione europea di queste politiche. La prima è evitare di pestarsi i piedi. All'interno dell'area dell'euro, principale mercato di destinazione di tutti i paesi membri, se tutti non crescono più rapidamente, le esportazioni dell'uno vanno a scapito di quelle degli altri. La crescita delle esportazioni delle nazioni in deficit si tradurrebbe in un gioco a somma zero, spinto da politiche nazionali di tipo beggar-my-neighbour, ossia dannose per gli altri paesi.

La dimensione nazionale delle politiche diventa soprattutto rilevante nel momento in cui ci sono poche risorse, la crescita è scarsa e nonostante la necessità di exit strategy fiscali, i soldi del contribuente sono necessari per sostenere il sistema produttivo nazionale. La ricerca di nuova competitività post-crisi ha riportato alla ribalta l'intervento dello stato. L'esempio migliore di tentativo di rafforzare il sistema produttivo in chiave strettamente nazionale è la Francia, che ha varato una politica industriale d'indiscutibile grandeur, con obiettivi da dirigismo dei tempi perduti: un aumento del 25% della produzione industriale entro il 2015, una crescita di almeno due punti percentuali della quota nel valore aggiunto industriale europeo, il ritorno a una bilancia commerciale positiva, sempre nel 2015.

Certo, ogni nazione deve fare i conti con il saldo della propria bilancia dei pagamenti. Il dirigismo francese è la controparte da paese in deficit del virtuosismo fiscale da paese in surplus della Germania. Strategie opposte, entrambe non cooperative: appunto, beggar-my-neighbour, soprattutto se la domanda non riparte.
La seconda ragione per un coordinamento delle politiche strutturali è il mercato unico. Come ben messo in evidenza dal rapporto Monti, questo è un immenso patrimonio del progetto europeo, che ha ancora ampio spazio per aumentare.

Le imprese crescono in primo luogo sul mercato domestico e poi su quello dell'export. Il mercato unico è appunto un immenso mercato simil-domestico. Ma le barriere tra paesi, soprattutto nel settore dei servizi e nei sistemi di regole, dal mercato del lavoro a quello finanziario, ancora rallentano gli scambi. Il coordinamento delle riforme strutturali deve favorire l'abbattimento di queste barriere.
Politicamente è una strada ardua. Integrazione e mercato sono oggi parole impopolari in qualunque agenda elettorale. Ma perseguire solo il rigore fiscale e la deflazione è una ricetta sicura per allontanare definitivamente gli elettori dall'Europa.
Il commercio e l'aggiustamento degli squilibri dei conti con l'estero sarà un gioco a somma zero solo se l'economia non cresce. Rafforzare la competitività del Vecchio continente coordinando le politiche strutturali è l'unica via per riprendere ad allargare la torta per tutti.

lunedì 10 maggio 2010

Categoria spaccata, basta con i privilegi

Lo speciale del Sole 24ore Sanità dedicato a Cosmofarma 2010 pubblica un intervento del Presidente del MNLF

In Italia le “arti” o corporazioni nacquero agli inizi del XII secolo, in pieno medioevo. Divise in “arti maggiori” (mercanti, banchieri) e “arti minori” (artigiani e commercianti), si suddividevano ulteriormente in tre classi: Maestri, Apprendisti, Garzoni.
La corporazione promuoveva l'interesse dei propri membri proteggendoli dalla concorrenza di altre città e da quella dei professionisti non appartenenti alla corporazione, monopolizzando il commercio, stabilendo orari uniformi per tutte le botteghe che producevano gli stessi manufatti e paghe uguali per i lavoratori che svolgevano la stessa attività.
Malgrado questo ferreo controllo, le corporazioni nel rinascimento erano quasi scomparse, a farle ritornare ci pensò il fascismo che, eliminando di fatto i sindacati, modulò proprio dal medioevo la nuova struttura sociale del lavoro.
Nell’anno domini 2010, in piena crisi, c’è chi pensa di rilanciare l’economia ritornando al XII secolo.
E’ di questo che ha bisogno il Paese, è di questo che ha bisogno la nostra categoria?
Domanda che è bene porre con maggiore frequenza, che gli stessi vertici della categoria abbiano in mente quando operano scelte che riguardano tutti i farmacisti italiani.
Nei giorni scorsi il Movimento Nazionale Liberi Farmacisti ha guidato una manifestazione a Roma dal titolo: Farmacista alza la testa! L’intento era quello di far sentire la voce di chi ritiene di non essere affatto rappresentato in questo momento. La voce di chi avverte in maniera nitida che si sta lavorando contro e non per lui. La maschera bianca indossata sul volto è il simbolo di questa sensazione d’anonimato davanti alle Istituzioni, sentirsi come dei fantasmi.
Gli esempi sono palesi e molteplici.
Qualcuno ha sentito alzarsi alta e forte la voce contro i licenziamenti degli informatori medico scientifici con la stessa forza con cui si sono difese le farmacie? Noi no.
Qualcuno ha visto affrontare con la dovuta serietà il problema del C.C.N.L. dei dipendenti di farmacia e il relativo spostamento nel comparto sanità così come si è lavorato per ampliare i servizi in farmacia? Noi no.
Qualcuno si è forse accorto di come i farmacisti ospedalieri siano usati strumentalmente un giorno sì e l’altro pure quando serve fare bella figura, per poi accusarli in maniera plateale e, lasciatecelo dire, anche “rozza”, d’essere responsabili di un ipotetico spreco negli ospedali? Noi sì.
Che dire poi del caso delle parafarmacie e dell’aperta opposizione che la FOFI sta facendo alle liberalizzazioni del 2006. E’ forse la Federazione degli Ordini un sindacato? Che la Federfarma si opponga a modifiche contrarie ai propri interessi o cerchi di restaurare quanto perso è assolutamente legittimo. Che lo faccia la FOFI è ampiamente opinabile, se non contrario ai propri doveri istituzionali che sono sempre quelli di rappresentare tutti i farmacisti italiani. I numerosi “giochetti” di dividere chi si oppone a questo stato di cose e al conservatorismo dilagante falliscono miseramente, compresa la storiella della pseudo-sanatoria, alimentata nei corridoi del Senato proprio da chi ora si dichiara fermamente contrario.
E ci si copre di ridicolo pretendendo d’imporre il nome a questi esercizi, empori sono certe farmacie in cui c’è di tutto tranne che il farmaco, come quelli per il dolore acuto.
E’ necessario allora chiedersi a chi giova questo stato continuo di conflittualità, dove si approfondisce di giorno in giorno la spaccatura verticale dei farmacisti italiani. Una spaccatura tra chi gode di tutti i vantaggi e chi viene umiliato costantemente nelle proprie speranze e nei propri sogni.


Vincenzo Devito
Presidente MNLF

mercoledì 28 aprile 2010

Oggi con gli avvocati, domani con i commercialisti, i famacisti, i....

RIFORMA FORENSE: FINOCCHIARO, SI TORNI IN COMM.- SCONTRO TRA DUE VISIONI
(ASCA) - Roma, 28 apr - ''Quello che chiediamo a quest'aula e' che si torni ad esaminare questo testo sulla riforma forense in commissione. Qui si stanno scontrando due visioni opposte dell'ordinamento forense e dunque chiediamo un esame approfondito da parte della commissione, anche per evitare che su un testo gravato da 730 emendamenti, con votazioni che come abbiamo visto poc'anzi possono essere anche del tutto casuali, alla fine esca un obbrobrio nel quale nessuno di noi potra' riconoscersi''. Lo ha detto Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato, prendendo la parola in aula sull'ordinamento forense.

''Non vogliamo nasconderci dietro un dito - ha spiegato Anna Finocchiaro -. Qui si stanno scontrando due visioni opposte dell'ordinamento forense, stante la necessita' di riformarlo visto che la regolazione risale a 70 anni fa. Da una parte c'e' l'idea che occorra conservare e presidiare l'esistente, intendendo la modernita' solo come spostamento di poteri di organizzazione pubblica nelle mani del Consiglio nazionale forense, cioe' del sistema o della casta o corporazione che dir si voglia. Dall'altra parte chi pensa che la regolazione delle professioni, la liberta' di libera concorrenza, la promozione delle nuove generazioni possano essere quegli elementi di modernizzazione che possono consentire anche sotto questo profilo al nostro Paese di competere''.

''Questo naturalmente matura un giudizio politico sulla maggioranza e sulla sua volonta' di conservazione - continua la presidente dei senatori Pd - altro che modernizzazione, in uno dei settori piu' importanti della vita del Paese. E ci consegna invece delle opposizioni che vogliono consegnare all'Italia un sistema professionale, oggi con gli avvocati domani con i commercialisti, i farmacisti, i notai, che sia non solo aderente con quello che avviene nel panorama europeo, ma anche tale da smontare il potere della successione ereditaria e delle corporazioni, per consegnare nelle mani delle giovani generazioni gli strumenti per la loro crescita e per la crescita del Paese''.

''Il punto e' questo - ha concluso Anna Finocchiaro - ed e' un punto di principio e politico sul quale siamo secondo noi chiamati anche a tornare in commissione''.

martedì 27 aprile 2010

Due anni di governo: concorrenza e liberalizzazioni

da la Voce.Info www.lavoce.info
di Michele Polo e Fabiano Schivardi

Liberalizzazioni e promozione della concorrenza erano stati uno dei tratti più marcati del governo Prodi nella precedente legislatura. Il governo Berlusconi non ha seguito la stessa linea, pur rifacendosi, tra le sue diverse anime, anche a una componente liberale.Tra i suoi primi atti, la gestione della vicenda Alitalia e la creazione della cordata italiana Alitalia-Cai con la fusione tra compagnia di bandiera e Airone. Protagonista nella campagna elettorale del 2006 di una forte opposizione al progetto di acquisizione da parte di Air-France Klm in nome dell’italianità, una volta al governo, il centro-destra ha promosso una soluzione sotto molti punti di vista inferiore a quella francese: dal punto di vista del contribuente, che si è dovuto accollare circa 3 miliardi di debiti che sarebbero stati rilevati dai francesi. E dal punto di vista dei viaggiatori, ossia, in tema con l’argomento di questa scheda, sotto il profilo della concorrenza. La fusione tra Alitalia e Airone ha infatti creato situazioni di sostanziale monopolio su molte rotte interne, inclusa quella strategica tra Linate e Fiumicino. Per consentire il completamento dell’operazione, il governo ha sospeso temporaneamente i poteri dell’Antitrust nel valutare l’operazione.In questi ultimi due anni, inoltre, non sono state proseguite le liberalizzazioni nei servizi professionali, sui quali le “lenzualate” del ministro Bersani avevano predisposto un punto di partenza che richiedeva la dettagliata implementazione in ciascuno dei settori interessati. Nulla è invece successo, e gli ordini professionali hanno avuto buon gioco nel riportare la barra verso la difesa degli interessi di categoria. L’aspetto più marcatamente anti-competitivo riguarda la riforma dell’avvocatura, approvata dalla commissione Giustizia del Senato. Sono reintrodotte le tariffe minime, “inderogabili e vincolanti”. Sono vietati accordi fra cliente e avvocato che prevedano il pagamento di una parcella solo nel caso che la causa sia vinta (contingency fees). La pubblicità, seppur non vietata, viene fortemente regolamentata. Viene ampliata la riserva di attività degli avvocati nel campo della consulenza legale e nelle procedure arbitrali. L’esame di abilitazione diviene più oneroso, così come le condizioni di praticantato, senza riconoscere ai praticanti nessun diritto di compenso. Si ribadisce il divieto di esercitare l’attività organizzandosi in società di capitali. Nelle intenzioni del ministro della Giustizia Alfano, questo approccio sarà applicato a tutte le categorie di professionisti entro la fine della legislatura. Non solo non si liberalizza, ma si smontano i pochi provvedimenti riformatori fatti in Italia negli ultimi quindici anni, fondamentalmente le “lenzuolate” di Bersani.Scarsi i progressi per quanto riguarda la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, tema che aveva peraltro già trovato anche nella scorsa legislatura un fuoco di sbarramento trasversale. Più promettente, anche se nelle sue fasi preliminari, il provvedimento relativo all’affidamento ai privati della gestione dei servizi idrici.Criticabile anche l’introduzione di norme anti-scalata da parte della Consob, con la benedizione del governo, nella fase più acuta della crisi, motivata anche in questo caso con la difesa dell’italianità delle imprese quotate




martedì 6 aprile 2010

Farmacista, alza la testa

MANIFESTAZIONE PER IL RINNOVAMENTO DELLA PROFESSIONE

ROMA
18 APRILE 2010
ORE 11.00
PIAZZA MONTE CITORIO


Per la rinascita culturale, scientifica e morale delle professione di farmacista

Per il riconoscimento di pari dignità ed opportunità per tutti i laureati in farmacia

Per la rimozione degli ostacoli corporativi al libero esercizio della professione

Per la vendita dei farmaci non a carico del S.S.N. in esercizi diversi dalle farmacie

Per un trasferimento del C.C.N.L. dei dipendenti di farmacia dal settore commercio a quello della sanità e la possibilità di una carriera professionale

Per una modifica democratica delle norme elettive all’interno dell’ordine professionale che garantisca pluralità di rappresentanza e di espressione

Per una moralizzazione dell’esercizio della professione e il rispetto delle norme di dispensazione dei farmaci

Per nuove opportunità di lavoro nell’insegnamento e in tutti gli ambiti di lavoro ove venga dispensato il farmaco con particolare valorizzazione degli ambiti ospedalieri

Per il mantenimento dei livelli occupazionali degli informatori scientifici del farmaco

RADUNO: ore 10.30 - INIZIO: ore 11.00 - TERMINE: ore 13.00

INFO Pulmann organizzati
PIEMONTE/LIGURIA: ambrogio.sartirano@libero.it - Tel. 3395234900
FRIULI VENEZIA GIULIA/VENETO: marcespo64@hotmail.com - fiorella.levi@hotmail.it
Tel. 043166217
MARCHE - ABRUZZO: miriam.codina@libero.it - Tel. 3290373033
PUGLIA/BASILICATA: corrado.fronterre@gmail.com - Tel. 338.7236063 - 338.2044970 - 3478866063
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